martedì 6 dicembre 2016

Il MAESTRO DI TAROCCHI SENZA TAROCCHI


Il Bagatto (I) ed infine il Matto che corre... Un percorso iniziatico volto al Bene universale. Un viaggio che passa da un Maestro senza nome, un Mercato, una Morte iniziatica, ed una Liberazione.
"Lamed" in ebraico antico è il verbo che significa "insegnare". Le ultime tre parole del Cantico dei Cantici dicono: “Forte come la Morte è l'Amore”. Buona meditazione.


Oggi a Marte dovremmo offrire una Via sui sentieri di Venere. Iniziamo dunque col fare la «Prova del Bene».

Così disse un Sufi al suo giovane e ardente allievo. Aamir si presentò un giorno dal Maestro delle stirpe di A., un uomo docile e all'apparenza modesto.

Il giovane allievo (il Bagatto) si rivolse a lui dopo una notte insonne, con la richiesta di essere accettato nella casa del Signore.

Il Maestro prese una cesta ricolma di frutta e incaricò il giovane di portarla al mercato. In mezzo a tutta quella gente il giovane incontrò non soltanto gli uomini e le donne del popolo, non soltanto gli occhi dei lavoratori incrociarono i suoi.




Un secondo dopo vennero avanti i suoi amici letterati, e più in là quelli con cui aveva pregato al santuario, e buona parte della stirpe dei Re si mostrava quel giorno in vesti di sfarzo. Erano dei gran signori, Aamir lo riconosceva. Le loro anime, oltre che i loro abiti, coloravano il mercato di una luce meravigliosa. Al tempo essere dei letterati, accedere al tempio, voleva dire appartenere alla nobiltà di quella città.

Il giovane si sentì la morte nel cuore, una due e tre volte ancora. L'imbarazzo e la vergogna lo colpirono così forte che lasciò cadere tutta la frutta che portava in grembo. La raccolse ogni volta, finché si diresse piangendo verso la casa del Maestro. Asciugatosi le lacrime aprì la porta e in assenza di quell'uomo Santo diede un'occhiata alla stanza silenziosa, completamente spoglia.

Sul tavolo un libro di preghiere. Il giovane osò aprire la pagina sopra la quale il Maestro meditava da ormai molte notti. E fu così che vi lesse, potendo comprenderlo, il messaggio che fu sacro ai quaranta membri dell'infinita catena d'oro, al cui centro sta il Nome dell'i
Impronunciabile.

Aamir pregò. Senza nulla sapere incise nel suo cuore stanco le seguenti parole: “Oggi a Marte dovremmo offrire una Via sui sentieri di Venere. Iniziamo dunque col fare la Prova del Bene.”

Dimenticatosi del tempo e delle offese, Aamir benedisse la stanza è se ne andò per il mondo.

E metterai da parte ogni orgoglio e avrai levato le tue vesti. Sii nel tuo cielo una luce. Nella notte un'assenza che veglia. Sii meraviglia”.



michel pelucchi
06122016

domenica 13 novembre 2016

PER CHI FA LE CARTE (doveri dei cartomanti)


Nel rapporto con le carte ci dovrebbe essere una cura preliminare, ossia: la necessità di offrire dei discorsi introduttivi che chiariscano l'uso di questo specifico testo che sono i Tarocchi.

Altrimenti è come se al consultante offrissimo un messaggio da interpretare (un messaggio che riguarda molto spesso la sua condizione psicologica) senza che egli lo sappia leggere in totale e piena autonomia.


Una deontologia del tarologo, ancora non scritta, dovrebbe porre come massima la seguente considerazione: il tarologo ha il compito di offrire strumenti ermeneutici, di studio e di analisi, affinché l'interprete sia il consultante, il quale si troverà molto presto nella condizione di apprendere una lingua del tutto nuova e in grado di tradurre le diverse dinamiche inconsce che fanno agire la persona come una sorta di burattino.

Gli “irrisolti” a tutti i livelli dell'essere della persona (biografia natale, livello peri-natale e traspersonale), costituisco dei veri e propri enigmi per l'anima. Essi creano molto spesso sofferenze psichiche: ansie, depressione, senso di impotenza, irretimenti familiari, senso di inadeguatezza, ecc.

Da un punto di vista tecnico, la pluri-dimensione di significato di un testo dovrà costituire per il tarologo “un'educazione alla complessitàda rivolgere in prima istanza agli Arcani che compongono il mazzo (fase di studio e ricerca), ed infine all'anima del consultante, ossia il vissuto interiore della persona.

In altri termini i Tarocchi restituiscono una chiara visione di come ciascuno di noi singolarmente e in maniera differente “vive”, “sente”, e poi magari reagisce ad un determinato evento.

Le carte dei Tarocchi sono dunque un testo molto articolato, ricco di tradizione e saperi, un testo sul quale emerge tutta la storia dell'anima del consultante.

Il sottile dono del tarologo consiste nel prendersi cura di quella che M. Buber chiama: «La polifonia originaria dell'interiorità umana».  In termini psicoanalitici:

Il materiale offerto dal paziente (in ambito tarologico il “paziente” viene definito “consultante”, n.d.r.) durante una seduta è molto vario, e corrisponde sia a diverse stratificazioni psichiche che a diversi stadi storici dello sviluppo. (Reich)


Ma ciò che più conta è certamente il «Prendersi cura di una “cosa” o di una “persona” nella sua essenza: amarla, desiderarla (mögen)» (Heidegger)




michel pelucchi 
12 11 2016

lunedì 26 settembre 2016

COSA “NASCONDE” UN VERO CONSULTO DI TAROCCHI? (Tarocchi e Qabbalah)


Molti sono gli elementi qabbalistici che possiamo riscoprire in riferimento ai Tarocchi1, e la difficoltà di intraprendere uno studio che contempli le «molteplici possibilità di significato» di ogni singolo Arcano, sia esso maggiore o minore2, deriva anche da una tradizione di pensiero – quella ebraica – già di per se stessa complessa.

La Qabbalah è infatti una raffinata metafisica, le cui linee, per altro generalissime, possono riguardare la possibilità di un avvicinamento al Creatore. Possiamo inziare col dire che il Creatore è la stessa Coscienza di cui l'uomo ogni giorno vive; è la nostra esperienza evolutiva, dunque non statica.

Non esiste un attimo, un solo istante dell'esistenza riferito all'uomo che vive in accordo col Creatore, che sia uguale al precedente. «Non è questione di conoscibilità – scrive M. Buber – ma di dedizione a ciò che non si conosce». Ogni attimo dunque, ogni percezione è una possibilità di apprendere dal Nuovo, dal sempre Nuovo e originale. Questa dimensione della vita riguarda il Creatore. Nella sua interezza non la si conosce ancora. 


 

Tuttavia pensate cosa puo' significare vivere tutte le nostre faccende domestiche, percepirle come se esse fossero pervase da un aurea di novità perenne. Quanta attenzione, quanta cura riverseremmo nel mondo.

È in questo fondamentale atteggiamento che “incontriamo” l'opera del Creatore. Più precisamente quest'opera consiste ne

La santificazione del mondano [che] è l'impulso fondamentale dello Tzaddìk (il «Giusto», n.d.r.). Il suo pasto è un sacrificio, il suo tavolo un altare. Tutti i suoi passi conducono alla salvezza.

Di uno Tzaddìk si narra come, nella sua giovinezza, egli si recasse giorno dopo giorno nei piccoli villaggi e commerciasse con i contadini; e che ogni volta, quando tornava a casa e diceva la preghiera del pomeriggio, sentisse tutte le membra pervase da un fuoco sacro. Egli chiese al suo fratello più anziano, che era anche il suo maestro, di che cosa si trattasse, poiché temeva che potesse provenire dal Male e che il suo servizio fosse falso.

Il fratello rispose: «Quando tu percorri un campo e i tuoi sensi sono in uno stato di santità, attrai tutte le scintille delle anime che sono nelle pietre, nelle piante e negli animali, ed esse si purificano in te in fuoco sacro.3

Cosa ci rammenta questa storia chassidica, se non che la «creazione» (di cui la creazione artistica è diretta conseguenza) sia pura potenza di (tras)Formazione e Purificazione?

La mia ipotesi di lavoro è la seguente: Se la «creazione» venisse riflessa e il Creatore sentito interiormente – e non è detto che la preghiera dello Tzaddìk non ci stia insegnando proprio questa intro-flessione –, non ne verremmo forse coinvolti a partire da quell'Io che sta al centro dell'entità umana?

L'Io che, secondo la tradizione metafisica platonica (Intelletto, per Platone), guida l'anima nel mare astrale delle emozioni. Ebbene, senza di esso seremmo nel turbine, nel caos, e l'opera non sarebbe più creazione, ma il triste scenario dell'odierna realtà geo-politica: stragi, attentati o pseudo-attentati, manipolazione della coscienza, sfruttamento, capitalismo sfrenato.


LA METAFISICA COME “INIZIO” E “GUIDA”
Si intuiscono subito le difficoltà, come abbiamo detto in apertura, connesse all'intraprendere questo tipo di studio. In effetti l'«Io», l'«Essere», l'«è» o la «Coscienza», sono parole che sfuggono ad una interpretazione comune, e quando a vari livelli se ne discute sembra non si arrivi mai ad una chiara definizione. «Ma se hai un inizio come guida – dice un adagio famoso – il sentiero splende più luminoso della luce del sole».

Il nostro inizio è una meta-fisica che dobbiamo anzitutto avvicinare per (ri)sentire come vere le semplici parole: Io, Coscienza, Dio ecc., tanto diffuse ma per nulla conosciute.

La parola semplice (Io, ad esempio, n.d.r.), la parola del tempo antico («Essere», n.d.r) servirà proprio perché contiene (secondo Heidegger) l'energia della percezione umana iniziale.4

In altri termini, sia che si tratti di Tarocchi di Qabbalah o di Filosofia, di Heidegger di Buber o di Jodorowsky, in queste poche pagine ci stiamo occupando né più né meno degli archetipi fondamentali del nostro vivere. Sono essi eterni e tuttavia puntuali nel qui e ora del nostro vissuto.

La metafisica riporta a loro, e soprattutto a colui che costituisce l'ἀρχέτυπον per eccellenza: qabbalisticamente parlando il Creatore. I Tarocchi ne custodiscono il messaggio profondo, che una volta appreso, servira' a risvegliare (in coloro che si affidano con purezza e ragione) l'energia della percezione umana iniziale, il suo grande potere di (tras)Formazione.


METAFISICA E ARCHETIPO
Una meta-fisica che ha valore archetipico prende dunque in considerazione gli “impulsi”, i “moventi”, le dinamiche fondamentali che fungono da “primo modello” (archè) al nostro agire psichico (pensieri) e materiale (atti).

Cosa siamo in origine? Di questo si occupa la meta-fisica. La domanda richiama ai motivi fondamentali che danno struttura, senso, direzione alle nostre esperienze di vita concreta.

Se infatti oggi creiamo cambiamento, specifiche modifiche nella nostra realtà, non è forse perché in noi un archetipico del Creatore ispira e ci dispone allo stato d'animo necessario alla creazione?

Perché l'uomo sa essere creativo? Bella domanda.
Non possiamo pensare che tale creatività, tipicamente umana, non abbia forse una relazione diretta con l'uomo evoluto, «portatore dell'Io» (R.Steiner)? E che, in quanto «portatore dell'Io», l'uomo si interroghi – quale unicum sulla terra – sulla proprie «possibilità d'essere» (Heidegger)? D'esistere?

Sono damonde aurorali, e proprio per questo si rivolgono agli archetipi. Essi, se interrogati, mostrano dunque l'essenza sostanziale delle cose sensibili, o per meglio dire, «la caratteristica fondamentale e più intima» (Grundzung, cosi intende la parola M. Heidegger).

Con riferimento alla stessa Philosophia greca, gli archetipi potrebbero essere interpretati come «la fondazione e la spinta modellatrice della storia» individuale e «occidentale».5

Essi possono essere anche semplici metafore – in fondo che cos'è l'archetipo del Creatore? –, ma come spiega A. Seppilli nel suo fondamentale libro Poesia e Magia:

Tali metafore ci dànno uno strano senso di esaltazione, un godimento «estetico», come di una apertura di orizzonti, dove tutti gli esseri si precitano ad incontrarsi, potenziandosi all'infinito: la maestà dei grandi fenomeni di natura e l'intimità della tragedia umana si compenetrano e si intensificano a vicenda.6

«Potenziamento all'infinito», qabbalisticamente parlando “il Piacere del Creatore”; «esaltazione”, ossia un alto livello di consapevolezza che avvicina l'uomo al senso del divino; la «maestà dei grandi fenomeni» sentiti interiormente, nell'«intimità della tragedia umana», sono tutte esperienze reali che una metafisica qabbalistica dei Tarocchi permette ai suoi scopritori.


COME INTERPRETARE L'ARCHETIPO DEL “CREATORE”
Sebbene tutto ciò riguardi l'archetipo del Creatore (vedi l'Arcano XVIIII, Le Soleil) questo non fa dell'uomo una semplice creatura, poiché la figura stessa del Creatore non è qui intesa, cioè alla luce della Qabbalah, come se fosse una sorta di grande eterno genitore partoriente il proprio figliolo, indifeso rispetto alle forze del male.

Mosé Maimonide, nel capitolo 1 della sua monumentale opera, sconfessa subito questo fraintendimento (Creatore-genitore-creatura) che ancora oggi infesta ogni sana concezione della divinità.

Sicché occorre aggiornare i nostri argomenti su Dio a partire quantomeno da un libro, La guida dei perplessi, scritto tra il 1180 e il 1190. È un aggiornamento a ritroso, e dunque paradossale, ma che oggi, in epoca di menzogna universale, sarebbe molto salutare … qualora volessimo conoscere e non soltanto credere.

Dunque nel libro La guida dei perplessi apprendiamo che

La gente pensa che “immagine” [selem] nella lingua ebraica, designi la figura della cosa e la sua configurazione, e questo si avvicina all'antropomorfismo puro, perché la Bibbia dice: “Facciamo l'uomo a Nostra immagine e somiglianza”.

Essi pensano che Dio […] sia in forma umana: ne consegue l'antropomorfismo puro (un corpo dotato di una faccia e di una mano), che considerano una credenza religiosa pensando che, se l'abbandonassero, smentirebbero il testo biblico …7

Non è così!

Il significato di tutto questo – scrive ancora Maimonide – si apprende da quest'opera (La guida dei perplessi, n.d.r.)8

Quest'opera che, né più né meno, è l'opera dei Tarocchi, consisterebbe nel restituire il pieno significato della divinità accolta e semmai partorita dentro ciascun essere, e propriamente nell'uomo, «la cui forma (immagine di Dio, n.d.r.) è ciò da cui deriva la comprensione umana».

Siamo divini in un primo senso, quando l'immagine [selem] riferita ad un Dio restituisce una comprensione umana autentica.

Questo è il Dio rivelato dai Tarocchi: comprensione umana autentica – autenticamente umana, cioè portatrice di valori umani come l'intelligenza intuitiva, il pensiero teorico, l'umiltà, la capacità di giudizio, la sincerità; ma anche l'infinito potenziamento, l'esaltazione non prevaricante bensì interiore, umana, amorevole.

Sicché l'intima essenza (Dio), la più profonda conoscenza (Dio) che ciascuno può realizzare di se stesso, crea – stando alla Qabbalah e ai Tarocchi – in quella stessa anima un'immagine divina, che è quanto di più naturale l'uomo possa sentire di se stesso.

Ecco Dio alla luce di una Tradizione seria, letta e interpretata con la giusta onestà intellettuale.

Per la Qabbalah si diventa si Creatori nell'imparare a stare intimamente bene con se stessi, e come vedremo fra un attimo, tale «intimità» riguarda la naturalezza nuovamente acquisita dall'uomo nei termini di ciò che i qabbalisti chiamano Piacere.

Occorre sottolineare che questa condizione l'uomo ha in sé (avvicinamento al Creatore), in origine, e costituisce prima di una sua brutale perversione, quella che Maimonide riferisce essere la «forma naturale», Selem, immagine autentica di sé. L'archetipo del Creatore.

Quanto a immagine questo nome viene dato alla «forma naturale», ossia alla sostanza della cosa, grazie alla quale la cosa diventa cio che è; essa costituisce la realtà della cosa in quanto è quell'ente determinato.

[…] è a motivo di tale comprensione intellettuale che si dice dell'uomo: “a immagine di Dio Egli lo creò”.9

Comprendiamo inoltre che quel Dio archetipico che incontrò Mosé sul monte si chiamava stranamente: “Io Sono – colui che Sono”; sicché per diretta filiazione: ciascun uomo è tale, pienamente realizzato, quando naturalmente – secondo un processo naturale – diventa ciò che è. Assume dunque quella Forma ritenuta naturale. A pieno diritto, bello o brutto che sia, quell'uomo è in pari tempo Dio.


PER UNA SANA CONSULTAZIONE TAROLOGICA
In altri termini, più filosofici... potremmo dire che se l'uomo realizzasse di sentire se stesso – ciascuno il proprio Sé – in quanto assoluto, simile al Creatore, allora, in pari tempo, egli sarebbe totalmente «libero per il proprio poter essere» (Heidegger). Così sostiene la filosofia. È lo stesso contenuto di pensiero dei qabbalisti quando riferiscono ciò all' “immagine di Dio”, un'immagine che non riflette però caratteri antropomorfici.

Alla filosofia va inoltre aggiunta l'indicazione di un mistico. E quest'ultima è un punto di riferimento utile ad una sana consultazione tarologica. In un certo senso a valore pratico: i Tarocchi ci permettono, grazie al loro complesso sistema simbolico di

[…] vedere le cose come sono senza autocommiserazione, senza il desiderio di cambiare, niente altro che osservare – significa avere spazio.10

È però uno spazio interiore, un vuoto11, che il Tarocco, come la Qabbalah richiedono e favoriscono, grazie ad una pratica poderosa ma impotente senza gli elementi di conoscenza fin qui richiamati.

Come riescono i Tarocchi a «renderci liberi», ciascuno libero «per il proprio poter essere»? E dunque come fanno a farci (ri)assumere quella «forma naturale», il Selem? Il Creatore che è in noi? fuori e dentro di noi?

Con il fatto puro e semplice di praticarli. Praticate i Tarocchi avendo come Fine questi elementi di conoscenza che costituisco lo scopo dell'azione tarologica. Uno scopo “per”, “in vista' della libertà dell'Altro. Solo con questo Fine avrete in premio la vostra stessa libertà.

Semplicemente la “riceverete”. In effetti Qabbalah è un termine ebraico che vuole dire una cosa altrettanto semplice, ossia: ricevuta. Ritroviamo lo stesso concetto altrove, nello yoga: “Tutto quello che do agli altri lo do in pari tempo a me stesso. Tutto quello che tolgo agli altri lo tolgo a me stesso”

Il Creatore sarà in noi pienamente avvertito quando riusciremo, presto o tardi che sia, a far evolvere in ciascuno il proprio desiderio (cioè l'energia essenziale), fino al punto di auto-percepirsi come “colui che infine sa donarsi”, senza condizioni. È questo che sostiene la Qabbalah. Il più intimo e sentito Piacere implica un'evoluzione del proprio desiderare/domandare.

Chiedi e ti sarà dato.

Puoi iniziare col farlo Tu, per primo praticando e amando i 22 Arcani Maggiori, così come le 22 lettere del'alfabeto ebraico.



Shalom :)


Michel pelucchi
25092016

1«La parola “tarocco” costituisce un altro enigma. Quali fantasie non ha suscitato! Torah, legge ebraica; Rota, la Ruota dell'eterno Divenire. Court de Gebelin ha derivato la parola “tarocco” da due termini che suppone essere egiziani: “tar = via, strada e “ro”, “ros” o “roc” = re. Il Tarocco sarebbe perciò il cammino regale della vita» (G. Van Rijnberk, I Tarocchi. Storia, iconografia, esoterismo, L'Airone, 2009, p. 56)
2«I Tarocchi sono semplici carte. Complessivamente si presentano in numero di 78 lame o arcani. 56 di questi vengono definiti «arcani minori» che, in modo organico, compongono la struttura di tutti gli odierni mazzi. 22 sono però le lame emblematiche, i «tarocchi» veri e propri, definiti Trionfi o Arcani maggiori. Li si nomina anche «Atouts» o «Grandi Atouts». (M. Pelucchi, Semplicità dei Tarocchi, rivista Oltre-Confine, Spazio Interiore, Roma 2014) Vedi link http://www.oltre-confine.com/sommario-13.php
3M. Buber, Il messaggio del chassidismo, Giuntina, 2012, pp. 118-119.
4G. Steiner, Heidegger, Garzanti, 2011, p. 14.
5Ivi, p. 30.
6A. Seppilli, Poesia e Magia, Einaudi, 1971, p. 271.
7 M. Maimonide, La guida dei perplessi, Utet, 2013, p. 90.
8Ibid.
9Ibid.
10J. Krishnamurti, Sulla libertà, Astrolabio, 1996, p. 84.
11«Ciò di cui abbiamo bisogno nel mondo d'oggi è un individuo nato da questo vuoto» (Ibid.)

giovedì 22 settembre 2016

TAROCCHI ALLA LUCE DELLA FILOSOFIA (l'amore di sé)




La filosofia persino se presentata in piccole dosi (che è ciò di cui possiamo accontentarci oggi nonostante esistano libri meravigliosi) mostra e crea l'effetto grande. Il grande effetto del rischiararci dalla nostra “passività incondizionata”.

La mente filosofica, e non tutte le menti sono tali, derivano dal potere di Manas (da qui il latino “mens”). «In primo luogo il fatto di essere coscienti, desti» (Calasso)



 
Chi si avvicina a percepire la vitalità di Manas opera su stesso un clamoroso «risveglio». La complessa realtà della persona umana si toglie dai “ruoli” imposti o auto-imposti. Quei ruoli, spesso sociali e prima ancora familiari, che non ci permettono alcuna assunzione soggettiva del dovere e, per diretta conseguenza, nessuna espressione sensata del nostro volere autentico.

Non possiamo essere responsabili della nostra vita senza questo momento di risveglio che passa attraverso il discenimento, il produrre la differenza tra noi e i valori (o pseudo-valori) portati dall'Altro. L'Altro è tutto ciò che incontriamo, può essere un contesto, una persona, una situazione. Bello o brutto, favorevole o sfavorevole, buono o cattivo è sempre un'Alterità che ci richiama al nostro desiderio di chiarificazione, per non subire più, per respirare, per vivere nella gloria.

La filosofia differenzia dunque i piani del reale, dando a ciascuno di essi una “dimensione appropriata”. Poiché non fare ciò, non capire la differenza, ad esempio:

«fra egoismo, amour-de-soi (l'amore di sé che è naturale) e amour-propre, la preferenza pervasiva di sé rispetto agli altri, nel quale ci si concentra non sul conseguimento di un obiettivo ma sulla distruzione di ciò che lo ostacola» [1]

significa perdere in pari tempo la capacità di determinazione, di destinazione, ossia di dare direzione autonoma ai nostri pensieri costruttori di realtà.

Come si fa la differenza? Ecco un esempio:

  • Michel volevo domandarti un piacere, sempre se è possibile … Tu facendo i Tarocchi puoi vedere se vicino a me c'è qualcuno che mi porta negatività o invidia? Grazie.
  • No... Posso semmai dirti per quale motivo tu stai attirando (o diventi un magnete di) negatività e/o invidia. Quello sì. Lo puoi sapere in modo da evitare che poi accada di nuovo.


Il punto di questo post è ormai chiaro. Una Tarologia che non si ispiri ai valori sopracitati, distorce e abbruttisce la persona, invalida ogni consulto. Rende passivi e non maggiormente attivi, ossia desti, pensanti, abili, creativi.

La domanda alla fine del tuo consulto deve essere: Quanta creatività mi sento di potere esprimere ora che il Tarocco mi ha attraversato?

Da questa domanda riparte l'avventura della vita. Cosa rispondi ora?

Ci sono esempi straordinari, in libri altrettanto straordinari che sono stati pubblicati negli ultimi due e tre anni. Libri in cui questo sistema Manas di pensiero libera dalle catene di una concettualità che ci improgiona la vita, una concettualità che si è sedimentata dentro di noi – nonostante noi.

Non sono però libri sui Tarocchi, comunque utili. È la storia lunga della manipolazione che la filosofia ha da sempre compreso, fornendo una via solare per la quale un mezzo eccellente possono essere i Tarocchi.

I Tarocchi ci aiutano dunque a capire quanto soffocanti siano le «mappe cognitive», quali modi di vedere il mondo non corrispondono alla verità del mondo.

In articolo di un paio di anni fa, pubblicato sulla rivista Oltre-Confine, richiamai nel titolo (Semplicità dei Tarocchi) un punto fondamentale, e scrivevo:

Il mio punto di vista sul Tarot vede nei 22 Arcani maggiori altrettanti differenti aspetti della psiche umana, del comportamento e della creazione divina. Dico cre-azione perché «Io imparo ad essere colui che Sono» attraverso un cammino, un'esperienza di Formazione – questo indipendentemente dal Tarocco. Tutto ciò avviene comunque nell'ambito della Coscienza, cioè di una «evoluzione cosciente» o di una «trasformazione creativa.» [2]

Poi proponevo uno schema attraverso il quale condurre dei consulti utili, e autentici poiché semplicemente in grado di creare dinamiche di trasformazione creativa.

Un antico detto recita: «Siate nel mondo (e come non esserlo??!?, n.d.r.), ma non del mondo». Già qui una mente filosofica è all'opera, situata pienamente nel regno di Manas, e capace di sancire la differenza: essa lancia un monito e svolge forse una pergamena nel cui testo è implicito il senso della nostra libertà.

Renderlo esplicito – il senso della nostra libertàè anche l'amore di sé (amour-de-soi). Benedici allora il veicolo che a questo punto ti ha condotto. I Tarocchi non sono la risposta, ma la possibilità per una domanda migliore.


Michel pelucchi 22092016


[1] S. Žižek, La nuova lotta di classe. Rifugiati, terrorismo e altri problemi coi vicini, Ponte alle Grazie, 2016, pp. 104-105

[2] M. Pelucchi, Semplicità dei Tarocchi, in Oltre-Confine, numero 13. http://www.oltre-confine.com/sommario-13.php


sabato 27 agosto 2016

COME STUDIARE I TAROCCHI? (il senso del mio blog)

Recentemente ho pensato molto su quale fosse il possibile metodo, una coerente proposta di studio dei tarocchi.

Coerente in rapporto a loro, agli Arcani. Poiché a fronte della copiosa pubblicistica al riguardo (testi “didattici”, sempre nuovi e – detto per inciso – sempre più noiosi), sento fortemente l'inadeguatezza del “manuale” quale medium comunicativo. Soprattutto se riferito al Tarocco, e in genere a tutto il Sapere Antico.

Ma non mi voglio dilungare sui temi della trasmissione del sapere, un sapere, come quello filosofico, di cui i Tarocchi sono intrisi fin dentro il loro più intimo segreto.

Non ci credete? Non credete che per studiare e operare coi Tarocchi ci voglia molta conoscenza e pratica della filosofia? Ve ne do una prova!


Nel mirabile libro di A. Jodorowsky, Psicomagia, l'intervistatore chiede al Maestro – e Jodorowsky è soprattutto un Maestro di Tarocchi:

«Potresti spiegarci che cosa sono in concreto i Tarocchi?»

Risposta:

«I Tarocchi sono una macchina metafisica».[1]

Fermiamoci a questo punto (poiché Jodorowsky poi continua …). Alla domanda: “dimmi qualcosa di concreto sui Tarocchi”, il Maestro risponde in primissima battuta: “Sono una macchina metafisica”.

Ma come? Allora la metafisica è concreta? E chi nella storia si è occupato molto di metafisica?


Aristotele ad esempio ha scritto testi che vennero catalogati, dai compilatori dell'epoca, quali opere “meta-fisiche”, ossia: di dominio superiore alla geometria, alla stereometria ecc. ecc. Anche se Aristotele nella sua “fisica” parlò molto del “mutamento”, del “movimento”, e del “divenire”. 

A favore del nostro ragionamento, rileviamo che Aristotele era un filosofo … e dunque un Tarologo?

Mattiamola così. In termini quantomeno ipotetici. Se i Tarocchi “in concreto” sono una “macchina metafisica”, allora nei testi del filosofo stagirita non potremmo forse scovarvi elementi di tarologia? In effetti, tutto lo lascia presagire.


Questo è il punto. Qui occorre studiare tanto e con bruciante passione, poiché come sostenne Eraclito: “Il sapere molte cose non insegna ad avere intelligenza”, mentre invece il non sapere lascia – per usare un eufemismo – “tiepidi”.

Ma chi si metterebbe mai a studiare Aristotele, o Platone – che forse “metafisico” lo era anche di più, oppure Kant, Hegel, ecc. – con l'idea di trovarci i Tarocchi?

Chi lo farebbe? quando esistono già testi bellissimi, colorati, che parlano direttamente delle 78 lamine. 

Però (c'è un però) semplificano molto quei manuali, schematizzano e in buona sostanza riducono una “macchina metafisica molto complessa” a qualcosa di più abbordabile, ma certamente meno entusiasmante e significativo. Senza dire delle cattive abitudini di chi poi si sente legittimato a leggere i Tarocchi, e cioè ne fa una pratica, avendo come solo supporto il “piccolo sapere” da bignami scolastico.

Chi, con grande gioia e passione, sarebbe capace di seguire per davvero l'indicazione del Maestro? Il quale, in risposta alla sopra citata domanda, dice anche essere «un delitto ignorare che i tarocchi sono un'opera d'arte sacra». [2]

Ma allora …? Anche tutta l'arte sacra dovremmo studiare? E perché no! E quella “profana”? E perché no!

A questo punto il dado è tratto. Non si possono più considerare i Tarocchi in modo superficiale: essi richiedono un impegno effettivo di studio e ricerche, di pratiche e conoscenze. 


IL MIO BLOG
Ora, il mio blog – ed io stesso – soffrendo della “cattiva” condizione in cui vessa la Tarologia, espliciterò brevemente due punti fondamentali.

1) La differenza tra un cartomante ed un tarologo. Con molta umiltà e dedizione il tarologo non solo “legge le carte” ma si impegna a conoscere il “libro sacro della Vita”, “la Via dei Re”, studiando e divulgandone una corretta visione.

La vocazione del tarologo è dunque “partecipativa”, egli vuole che la sua arte sia condivisa, resa trasparente alla ragione – pur mantenendo del sacro il suo mistero irriducibile a qualsiasi teoria.

Il cartomante non ha questa pretesa. I peggiori cartomanti sono addirittura persone schive, il cui lavoro sembra ammantato di chissà quale “aurea mistica”. I tarocchi sono invece un'arte solare, tanto che si sarebbero diffusi come i romanzi di Tabucchi, o le opere di Mozart, se qualche sciagurato non li avesse inquinati con esoterismi spiccioli e goffi.

2) Come tratteremo ora lo studio dei Tarocchi. Nell'unico modo possibile. Ossia nel rispetto della loro natura di “opera d'arte sacra” e “complessa macchina metafisica”.

Come fare per essere all'altezza di un compito così arduo? Non c'è modo, a mio modesto avviso, di farlo bene, se semplicemente crediamo di poter “condensare il loro messaggio”, di sintetizzarlo.

Io c'ho provato e pure gli scrittori di libri di tarocchi. Da operazioni di questo tipo ne risulta o un testo davvero denso, ma troppo ermetico e dunque impraticabile; oppure una sintesi biecamente didascalica e senz'ombra di dubbi superficiale.

LA TERZA VIA PER LO STUDIO DEI TAROCCHI
La terza via sarà la seguente. Proporre di volta in volta un testo tratto da libri di poesia, letteratura, storia, fisica, astrologia, chimica, antropologia, psicologia e... ovviamente filosofia, ed affiancare a questo testo un Arcano, maggiore o minore che sia, e lasciare al lettore (a te!) il piacere di cogliere i nessi tra i due elementi.

Questo approccio, che è il mio, quello che eleva il mio spirito, ha una motivazione davvero pratica che scopriranno coloro che decideranno di farsi amanti del Sapere grazie anche alle carte dei Tarocchi.

Burning Desire e Vera Conoscenza
Questo il nostro fine.
Michel :)

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In coro con me cantate:
Sapere, nulla sappiamo.
Arcano, il mare da cui veniamo.
Ignoto il mare in cui finiremo.

Posto tra i due misteri
È il grave enigma: tre
Casse che chiuse una perduta chiave.

La luce nulla illumina,
Il sapiente nulla insegna.

La parola dice qualcosa?
L'acqua, alla pietra, dice qualcosa?

(A. Machado da Proverbios y Cantare, trad. G. Ceronetti)  


Note
[1] A. Jodorowsky, Psicomagia, Feltrinelli, p. 206.
[2] Ivi, p. 207. 


Copiright (diritto d'autore) michel pelucchi 27082016