lunedì 26 settembre 2016

TAROCCHI E QABBALAH: PERCHÈ SIAMO DIVINI E CREATORI?


Molti sono gli elementi qabbalistici che possiamo riscoprire in riferimento ai Tarocchi [1], e la difficoltà di intraprendere uno studio che contempli le «molteplici possibilità di significato» di ogni singolo Arcano, sia esso maggiore o minore [2], deriva anche da una tradizione di pensiero – quella ebraica – già di per se stessa complessa.


 

La Qabbalah è infatti una raffinata metafisica, le cui linee, per altro generalissime, possono riguardare la possibilità di un avvicinamento al Creatore. Il Creatore è la stessa Coscienza, di cui l'uomo ogni giorno fa esperienza, un'esperienza di (tras)Formazione per la quale l'Io di ciascuno impara ad essere Colui che è.

Si intuiscono subito le difficoltà, poiché l'«Io», l'«Essere», l'«è» o la «Coscienza», sono parole che sfuggono ad una interpretazione comune, e quando a vari livelli se ne discute sembra non si arrivi mai ad una chiara definizione. «Ma se hai un inizio come guida, il sentiero splende più luminoso della luce del sole».





Il nostro inizio è una meta-fisica che dobbiamo anzitutto avvicinare per sentire come vere le semplici parole tanto diffuse ma per nulla conosciute.

La parola semplice (Io, ad esempio, n.d.r.), la parola del tempo antico («Essere», n.d.r) servirà proprio perché contiene (secondo Heidegger) l'energia della percezione umana iniziale. [3]

In altri termini, sia che si tratti di Tarocchi di Qabbalah o di Filosofia, ci stiamo occupando degli archetipi fondamentali del nostro vivere. Sono essi eterni e tuttavia puntuali nel qui e ora del nostro vissuto.

Vorremmo poter vivere l'energia della percezione umana iniziale, il suo grande potere di trasformazione.


METAFISICA E ARCHETIPO
Una meta-fisica che ha valore archetipico prende dunque in considerazione gli “impulsi”, i “moventi”, le dinamiche fondamentali che fungono da “primo modello” (archè) al nostro agire psichico (pensieri) e materiale (atti).

Cosa siamo in origine? Di questo si occupa la meta-fisica. La domanda richiama ai motivi fondamentali che danno struttura, senso, direzione alle nostre esperienze di vita concreta.

Se infatti oggi creaimo cambiamento, specifiche modifiche nella nostra realtà, non è forse perché in noi un archetipico del Creatore ispira e ci dispone allo stato d'animo necessario alla creazione?

Perché l'uomo sa essere creativo? Bella domanda.
Non possiamo pensare che tale creatività, tipicamente umana, non abbia forse una relazione diretta con l'uomo evoluto, «portatore dell'Io» (R.Steiner)? E che, in quanto «portatore dell'Io», l'uomo si interroghi – quale unicum sulla terra – sulla proprie «possibilità d'essere» (Heidegger)? D'esistere?

Sono damonde aurorali, e proprio per questo si rivolgono agli archetipi. Essi, se interrogati, mostrano dunque l'essenza sostanziale delle cose sensibili, o per meglio dire, «la caratteristica fondamentale e più intima» (Grundzung, cosi intende la parola M. Heidegger).

Con riferimento alla stessa Philosophia greca, gli archetipi potrebbero essere interpretati come «la fondazione e la spinta modellatrice della storia» individuale e «occidentale»[4].

Essi possono essere anche semplici metafore – in fondo che cos'è l'archetipo del Creatore? –, ma come spiega A. Seppilli nel suo fondamentale libro Poesia e Magia:

Tali metafore ci dànno uno strano senso di esaltazione, un godimento «estetico», come di una apertura di orizzonti, dove tutti gli esseri si precitano ad incontrarsi, potenziandosi all'infinito: la maestà dei grandi fenomeni di natura e l'intimità della tragedia umana si compenetrano e si intensificano a vicenda [5]

«Potenziamento all'infinito», qabbalisticamente parlando “il Piacere del Creatore”; «esaltazione”, ossia un alto livello di consapevolezza che avvicina l'uomo al senso del divino; la «maestà dei grandi fenomeni» sentiti interiormente, nell'«intimità della tragedia umana», sono tutte esperienze reali che una metafisica qabbalistica dei Tarocchi permette ai suoi scopritori.


LA “GUIDA DEI PERPLESSI”
Sebbene tutto ciò riguardi l'archetipo del Creatore (vedi l'Arcano XVIIII, Le Soleil) questo non fa dell'uomo una semplice creatura, poiché la figura stessa del Creatore non è qui intesa, cioè alla luce della Qabbalah, come se fosse una sorta di grande eterno genitore partoriente il proprio figliolo, indifeso rispetto alle forze del male.

Mosé Maimonide, nel capitolo 1 della sua monumentale opera, sconfessa subito questo fraintendimento (Creatore-genitore-creatura) che ancora oggi infesta ogni sana concezione della divinità.

Sicché occorre aggiornare i nostri argomenti su Dio a partire quantomeno da un libro, La guida dei perplessi, scritto tra il 1180 e il 1190. È un aggiornamento a ritroso, e dunque paradossale, ma che oggi, in epoca di menzogna universale, sarebbe molto salutare … qualora volessimo conoscere e non credere soltanto.

Dunque nel libro La guida dei perplessi apprendiamo che

La gente pensa che “immagine” [selem] nella lingua ebraica, designi la figura della cosa e la sua configurazione, e questo si avvicina all'antropomorfismo puro, perché la Bibbia dice: “Facciamo l'uomo a Nostra immagine e somiglianza”.

Essi pensano che Dio […] sia in forma umana: ne consegue l'antropomorfismo puro (un corpo dotato di una faccia e di una mano), che considerano una credenza religiosa pensando che, se l'abbandonassero, smentirebbero il testo biblico … [6]

Non è così!

Il significato di tutto questo – scrive ancora Maimonide – si apprende da quest'opera (La guida dei perplessi, n.d.r.) [7]

Quest'opera che, né più né meno, è l'opera dei Tarocchi, consisterebbe nel restituire il pieno significato della divinità accolta e semmai partorita dentro ciascun essere, e propriamente nell'uomo, «la cui forma (immagine di Dio, n.d.r.) è ciò da cui deriva la comprensione umana»[8].

Siamo divini in un primo senso, quando l'immagine [selem] riferita ad un Dio restituisce una comprensione umana autentica.

Questo è il Dio rivelato dai Tarocchi: comprensione umana autentica – autenticamente umana, cioè portatrice di valori umani come l'intelligenza intuitiva, il pensiero teorico, l'umiltà, la capacità di giudizio, la sincerità; ma anche l'infinito potenziamento, l'esaltazione non prevaricante bensì interiore, umana, amorevole.

Sicché l'intima essenza (Dio), la più profonda conoscenza (Dio) che ciascuno può realizzare di se stesso, crea – stando alla Qabbalah e ai Tarocchi – in quella stessa anima un'immagine divina, che è quanto di più naturale l'uomo può sentire di se stesso.

Ecco Dio! Si diventa Creatori nell'imparare a stare intimamente bene con se stessi, e come vedremo fra un attimo, tale «intimità» riguarda la naturalezza nuovamente acquisita dall'uomo nei termini di ciò che i qabbalisti chiamano Piacere.

Occorre sottolineare che questa condizione l'uomo ha in sé (avvicinamento al Creatore), in origine, e costituisce prima di una sua brutale perversione, quella che Maimonide riferisce essere la «forma naturale», Selem, immagine autentica di sé. Come si dice in altri ambiti di ricerca: l'archetipo del Creatore.

Quanto a immagine questo nome viene dato alla «forma naturale», ossia alla sostanza della cosa, grazie alla quale la cosa diventa cio che è; essa costituisce la realtà della cosa in quanto è quell'ente determinato.

[…] è a motivo di tale comprensione intellettuale che si dice dell'uomo: “a immagine di Dio Egli lo creò” [9]

Comprendiamo infatti che quel Dio archetipico che incontrò Mosé sul monte si chiamava stranamente: “Io Sono – colui che Sono”; sicché per diretta filiazione: ciascun uomo è tale, pienamente realizzato, quando naturalmente – secondo un processo naturale – diventa ciò che è. Assume dunque quella Forma ritenuta naturale. A pieno diritto, bello o brutto che sia, quell'uomo è in pari tempo Dio.


PER UNA SANA CONSULTAZIONE TAROLOGICA
In altri termini, più filosofici... se l'uomo realizzasse di sentire se stesso – ciascuno il proprio Sé – in quanto assoluto, simile al Creatore, allora, in pari tempo, l'uomo sarebbe totalmente «libero per il proprio poter essere». Così sostiene la filosofia. È lo stesso contenuto di pensiero dei qabbalisti quando riferiscono ciò all' “immagine di Dio”, un'immagine che non riflette caratteri antropomorfici.

Alla filosofia va però aggiunta l'indicazione di un mistico. E quest'ultima è un punto di riferimento utile ad una sana consultazione tarologica. In un certo senso a valore pratico: i Tarocchi ci permettono, grazie al loro complesso sistema simbolico di

[…] vedere le cose come sono senza autocommiserazione, senza il desiderio di cambiare, niente altro che osservare – significa avere spazio. [10]

È però uno spazio interiore, un vuoto [11], che il Tarocco, come la Qabbalah richiedono e favoriscono, grazie ad una pratica poderosa ma impotente senza gli elementi di conoscenza fin qui richiamati.

Come riescono i Tarocchi a «renderci liberi», ciascuno libero «per il proprio poter essere»? E dunque come fanno a farci (ri)assumere quella «forma naturale», il Selem? Il Creatore che è in noi? fuori e dentro di noi?

Con il fatto puro e semplice di praticarli. Praticate i Tarocchi avendo come Fine questi elementi di conoscenza che costituisco lo scopo dell'azione tarologica. Uno scopo “per”, “in vista' della libertà dell'Altro. Solo con questo Fine avrete in premio la vostra stessa libertà.

Semplicemente la “riceverete”. In effetti Qabbalah è un termine ebraico che vuole dire una cosa altrettanto semplice, ossia: ricevuta. Ritroviamo lo stesso concetto altrove, nello yoga: “Tutto quello che do agli altri lo do in pari tempo a me stesso. Tutto quello che tolgo agli altri lo tolgo a me stesso”

Il Creatore sarà in noi pienamente avvertito quando riusciremo, presto o tardi che sia, a far evolvere in ciascuno il proprio desiderio (cioè l'energia essenziale), fino al punto di auto-percepirsi come “colui che infine sa donarsi” senza condizioni. È questo che sostiene la Qabbalah.

Puoi iniziare col farlo Tu, per primo.
Praticando e amando i 22 Arcani Maggiori, così come le 22 lettere del'alfabeto ebraico.

Shalom :)

Michel pelucchi 25092016



[1] «La parola “tarocco” costituisce un altro enigma. Quali fantasie non ha suscitato! Torah, legge ebraica; Rota, la Ruota dell'eterno Divenire. Court de Gebelin ha derivato la parola “tarocco” da due termini che suppone essere egiziani: “tar = via, strada e “ro”, “ros” o “roc” = re. Il Tarocco sarebbe perciò il cammino regale della vita» (G. Van Rijnberk, I Tarocchi. Storia, iconografia, esoterismo, L'Airone, 2009, p. 56)
[2] «I Tarocchi sono semplici carte. Complessivamente si presentano in numero di 78 lame o arcani. 56 di questi vengono definiti «arcani minori» che, in modo organico, compongono la struttura di tutti gli odierni mazzi. 22 sono però le lame emblematiche, i «tarocchi» veri e propri, definiti Trionfi o Arcani maggiori. Li si nomina anche «Atouts» o «Grandi Atouts».
[3] G. Steiner, Heidegger, Garzanti, 2011, p. 14.
[4] Ivi, p. 30.
[5] A. Seppilli, Poesia e Magia, Einaudi, 1971, p. 271.
[6] M. Maimonide, La guida dei perplessi, Utet, 2013, p. 90.
[7] Ibid.
[8] Ibid.
[9] Ibid.
[10] J. Krishnamurti, Sulla libertà, Astrolabio, 1996, p. 84.
[11] «Ciò di cui abbiamo bisogno nel mondo d'oggi è un individuo nato da questo vuoto» (Ibid.)




giovedì 22 settembre 2016

TAROCCHI ALLA LUCE DELLA FILOSOFIA (l'amore di sé)




La filosofia persino se presentata in piccole dosi (che è ciò di cui possiamo accontentarci oggi nonostante esistano libri meravigliosi) mostra e crea l'effetto grande. Il grande effetto del rischiararci dalla nostra “passività incondizionata”.

La mente filosofica, e non tutte le menti sono tali, derivano dal potere di Manas (da qui il latino “mens”). «In primo luogo il fatto di essere coscienti, desti» (Calasso)



 
Chi si avvicina a percepire la vitalità di Manas opera su stesso un clamoroso «risveglio». La complessa realtà della persona umana si toglie dai “ruoli” imposti o auto-imposti. Quei ruoli, spesso sociali e prima ancora familiari, che non ci permettono alcuna assunzione soggettiva del dovere e, per diretta conseguenza, nessuna espressione sensata del nostro volere autentico.

Non possiamo essere responsabili della nostra vita senza questo momento di risveglio che passa attraverso il discenimento, il produrre la differenza tra noi e i valori (o pseudo-valori) portati dall'Altro. L'Altro è tutto ciò che incontriamo, può essere un contesto, una persona, una situazione. Bello o brutto, favorevole o sfavorevole, buono o cattivo è sempre un'Alterità che ci richiama al nostro desiderio di chiarificazione, per non subire più, per respirare, per vivere nella gloria.

La filosofia differenzia dunque i piani del reale, dando a ciascuno di essi una “dimensione appropriata”. Poiché non fare ciò, non capire la differenza, ad esempio:

«fra egoismo, amour-de-soi (l'amore di sé che è naturale) e amour-propre, la preferenza pervasiva di sé rispetto agli altri, nel quale ci si concentra non sul conseguimento di un obiettivo ma sulla distruzione di ciò che lo ostacola» [1]

significa perdere in pari tempo la capacità di determinazione, di destinazione, ossia di dare direzione autonoma ai nostri pensieri costruttori di realtà.

Come si fa la differenza? Ecco un esempio:

  • Michel volevo domandarti un piacere, sempre se è possibile … Tu facendo i Tarocchi puoi vedere se vicino a me c'è qualcuno che mi porta negatività o invidia? Grazie.
  • No... Posso semmai dirti per quale motivo tu stai attirando (o diventi un magnete di) negatività e/o invidia. Quello sì. Lo puoi sapere in modo da evitare che poi accada di nuovo.


Il punto di questo post è ormai chiaro. Una Tarologia che non si ispiri ai valori sopracitati, distorce e abbruttisce la persona, invalida ogni consulto. Rende passivi e non maggiormente attivi, ossia desti, pensanti, abili, creativi.

La domanda alla fine del tuo consulto deve essere: Quanta creatività mi sento di potere esprimere ora che il Tarocco mi ha attraversato?

Da questa domanda riparte l'avventura della vita. Cosa rispondi ora?

Ci sono esempi straordinari, in libri altrettanto straordinari che sono stati pubblicati negli ultimi due e tre anni. Libri in cui questo sistema Manas di pensiero libera dalle catene di una concettualità che ci improgiona la vita, una concettualità che si è sedimentata dentro di noi – nonostante noi.

Non sono però libri sui Tarocchi, comunque utili. È la storia lunga della manipolazione che la filosofia ha da sempre compreso, fornendo una via solare per la quale un mezzo eccellente possono essere i Tarocchi.

I Tarocchi ci aiutano dunque a capire quanto soffocanti siano le «mappe cognitive», quali modi di vedere il mondo non corrispondono alla verità del mondo.

In articolo di un paio di anni fa, pubblicato sulla rivista Oltre-Confine, richiamai nel titolo (Semplicità dei Tarocchi) un punto fondamentale, e scrivevo:

Il mio punto di vista sul Tarot vede nei 22 Arcani maggiori altrettanti differenti aspetti della psiche umana, del comportamento e della creazione divina. Dico cre-azione perché «Io imparo ad essere colui che Sono» attraverso un cammino, un'esperienza di Formazione – questo indipendentemente dal Tarocco. Tutto ciò avviene comunque nell'ambito della Coscienza, cioè di una «evoluzione cosciente» o di una «trasformazione creativa.» [2]

Poi proponevo uno schema attraverso il quale condurre dei consulti utili, e autentici poiché semplicemente in grado di creare dinamiche di trasformazione creativa.

Un antico detto recita: «Siate nel mondo (e come non esserlo??!?, n.d.r.), ma non del mondo». Già qui una mente filosofica è all'opera, situata pienamente nel regno di Manas, e capace di sancire la differenza: essa lancia un monito e svolge forse una pergamena nel cui testo è implicito il senso della nostra libertà.

Renderlo esplicito – il senso della nostra libertàè anche l'amore di sé (amour-de-soi). Benedici allora il veicolo che a questo punto ti ha condotto. I Tarocchi non sono la risposta, ma la possibilità per una domanda migliore.


Michel pelucchi 22092016


[1] S. Žižek, La nuova lotta di classe. Rifugiati, terrorismo e altri problemi coi vicini, Ponte alle Grazie, 2016, pp. 104-105

[2] M. Pelucchi, Semplicità dei Tarocchi, in Oltre-Confine, numero 13. http://www.oltre-confine.com/sommario-13.php


sabato 27 agosto 2016

COME STUDIARE I TAROCCHI? (il senso del mio blog)

Recentemente ho pensato molto su quale fosse il possibile metodo, una coerente proposta di studio dei tarocchi.

Coerente in rapporto a loro, agli Arcani. Poiché a fronte della copiosa pubblicistica al riguardo (testi “didattici”, sempre nuovi e – detto per inciso – sempre più noiosi), sento fortemente l'inadeguatezza del “manuale” quale medium comunicativo. Soprattutto se riferito al Tarocco, e in genere a tutto il Sapere Antico.

Ma non mi voglio dilungare sui temi della trasmissione del sapere, un sapere, come quello filosofico, di cui i Tarocchi sono intrisi fin dentro il loro più intimo segreto.

Non ci credete? Non credete che per studiare e operare coi Tarocchi ci voglia molta conoscenza e pratica della filosofia? Ve ne do una prova!


Nel mirabile libro di A. Jodorowsky, Psicomagia, l'intervistatore chiede al Maestro – e Jodorowsky è soprattutto un Maestro di Tarocchi:

«Potresti spiegarci che cosa sono in concreto i Tarocchi?»

Risposta:

«I Tarocchi sono una macchina metafisica».[1]

Fermiamoci a questo punto (poiché Jodorowsky poi continua …). Alla domanda: “dimmi qualcosa di concreto sui Tarocchi”, il Maestro risponde in primissima battuta: “Sono una macchina metafisica”.

Ma come? Allora la metafisica è concreta? E chi nella storia si è occupato molto di metafisica?


Aristotele ad esempio ha scritto testi che vennero catalogati, dai compilatori dell'epoca, quali opere “meta-fisiche”, ossia: di dominio superiore alla geometria, alla stereometria ecc. ecc. Anche se Aristotele nella sua “fisica” parlò molto del “mutamento”, del “movimento”, e del “divenire”. 

A favore del nostro ragionamento, rileviamo che Aristotele era un filosofo … e dunque un Tarologo?

Mattiamola così. In termini quantomeno ipotetici. Se i Tarocchi “in concreto” sono una “macchina metafisica”, allora nei testi del filosofo stagirita non potremmo forse scovarvi elementi di tarologia? In effetti, tutto lo lascia presagire.


Questo è il punto. Qui occorre studiare tanto e con bruciante passione, poiché come sostenne Eraclito: “Il sapere molte cose non insegna ad avere intelligenza”, mentre invece il non sapere lascia – per usare un eufemismo – “tiepidi”.

Ma chi si metterebbe mai a studiare Aristotele, o Platone – che forse “metafisico” lo era anche di più, oppure Kant, Hegel, ecc. – con l'idea di trovarci i Tarocchi?

Chi lo farebbe? quando esistono già testi bellissimi, colorati, che parlano direttamente delle 78 lamine. 

Però (c'è un però) semplificano molto quei manuali, schematizzano e in buona sostanza riducono una “macchina metafisica molto complessa” a qualcosa di più abbordabile, ma certamente meno entusiasmante e significativo. Senza dire delle cattive abitudini di chi poi si sente legittimato a leggere i Tarocchi, e cioè ne fa una pratica, avendo come solo supporto il “piccolo sapere” da bignami scolastico.

Chi, con grande gioia e passione, sarebbe capace di seguire per davvero l'indicazione del Maestro? Il quale, in risposta alla sopra citata domanda, dice anche essere «un delitto ignorare che i tarocchi sono un'opera d'arte sacra». [2]

Ma allora …? Anche tutta l'arte sacra dovremmo studiare? E perché no! E quella “profana”? E perché no!

A questo punto il dado è tratto. Non si possono più considerare i Tarocchi in modo superficiale: essi richiedono un impegno effettivo di studio e ricerche, di pratiche e conoscenze. 


IL MIO BLOG
Ora, il mio blog – ed io stesso – soffrendo della “cattiva” condizione in cui vessa la Tarologia, espliciterò brevemente due punti fondamentali.

1) La differenza tra un cartomante ed un tarologo. Con molta umiltà e dedizione il tarologo non solo “legge le carte” ma si impegna a conoscere il “libro sacro della Vita”, “la Via dei Re”, studiando e divulgandone una corretta visione.

La vocazione del tarologo è dunque “partecipativa”, egli vuole che la sua arte sia condivisa, resa trasparente alla ragione – pur mantenendo del sacro il suo mistero irriducibile a qualsiasi teoria.

Il cartomante non ha questa pretesa. I peggiori cartomanti sono addirittura persone schive, il cui lavoro sembra ammantato di chissà quale “aurea mistica”. I tarocchi sono invece un'arte solare, tanto che si sarebbero diffusi come i romanzi di Tabucchi, o le opere di Mozart, se qualche sciagurato non li avesse inquinati con esoterismi spiccioli e goffi.

2) Come tratteremo ora lo studio dei Tarocchi. Nell'unico modo possibile. Ossia nel rispetto della loro natura di “opera d'arte sacra” e “complessa macchina metafisica”.

Come fare per essere all'altezza di un compito così arduo? Non c'è modo, a mio modesto avviso, di farlo bene, se semplicemente crediamo di poter “condensare il loro messaggio”, di sintetizzarlo.

Io c'ho provato e pure gli scrittori di libri di tarocchi. Da operazioni di questo tipo ne risulta o un testo davvero denso, ma troppo ermetico e dunque impraticabile; oppure una sintesi biecamente didascalica e senz'ombra di dubbi superficiale.

LA TERZA VIA PER LO STUDIO DEI TAROCCHI
La terza via sarà la seguente. Proporre di volta in volta un testo tratto da libri di poesia, letteratura, storia, fisica, astrologia, chimica, antropologia, psicologia e... ovviamente filosofia, ed affiancare a questo testo un Arcano, maggiore o minore che sia, e lasciare al lettore (a te!) il piacere di cogliere i nessi tra i due elementi.

Questo approccio, che è il mio, quello che eleva il mio spirito, ha una motivazione davvero pratica che scopriranno coloro che decideranno di farsi amanti del Sapere grazie anche alle carte dei Tarocchi.

Burning Desire e Vera Conoscenza
Questo il nostro fine.
Michel :)

******************************************************
In coro con me cantate:
Sapere, nulla sappiamo.
Arcano, il mare da cui veniamo.
Ignoto il mare in cui finiremo.

Posto tra i due misteri
È il grave enigma: tre
Casse che chiuse una perduta chiave.

La luce nulla illumina,
Il sapiente nulla insegna.

La parola dice qualcosa?
L'acqua, alla pietra, dice qualcosa?

(A. Machado da Proverbios y Cantare, trad. G. Ceronetti)  


Note
[1] A. Jodorowsky, Psicomagia, Feltrinelli, p. 206.
[2] Ivi, p. 207. 


Copiright (diritto d'autore) michel pelucchi 27082016

sabato 6 febbraio 2016

J. HILLMAN: UN OCCHIO ALL'ANIMA E AI TAROCCHI (1)


Rileggendo l'introduzione (accalorata) al libro Psicologia Alchemica di J. Hillman vi scopro elementi essenziali al lavoro filosofico coi Tarocchi. Di fatto accade che:

per lavorare con la psiche ai suoi livelli più fondamentali, dobbiamo immaginarla come la immaginavano gli alchimisti, perché entrambi, noi e loro, abbiamo a che fare con un processo analogo che si manifesta con un analogo repertorio di immagini” (J. Hillman, Psicologia alchemica, 2013, pp. 15-16)




Il fattore di maggior evidenza dei Tarocchi, sta appunto nel fatto che essi rappresentano un libro del tutto figurato, un repertorio di immagini: potenti “correnti” canalizzatrici del flusso animico” e così di messaggi che vanno restituiti al mittente. A chi su di essi vi pone l'attenzione.

Da queste due prospettive, psicologia alchemica e tarocchi, si tenta di sciogliere immediatamente il nodo cardine riferito ad ogni discorso psicologico, ossia “la presenza di anima”, di qualcosa che non si tocca come si toccherebbe un mattone, ma che offre alla realtà il suo peso specifico. Implicito il fatto che se l'anima non esistesse, ogni discorso psico-logico sarebbe una mera speculazione.

Ma … Se l'anima esiste? 1) In che termini, con che linguaggio la possiamo avvertire? 2) E cosa, da essa, ci viene offerto? (“da essa”, poiché: siamo noi dentro la psiche – ipotesi generale).

Alla seconda domanda risponde questa affermazione di Hillman, che sembra non dire ed invece dice molto. Su anima:

... quel fattore umano sconosciuto 1) che rende possibile il significato, 2) che trasforma gli eventi in esperienza, 3) che si comunica nell'amore”

Sono questi tre momenti nei quali l'anima si fa presenza, e così il mondo pare uscir(ne) fuori, manifestandosi con significato: poiché qualcosa che prima era generico (un evento) diventa ora una “mia” esperienza. Comunicata nell'amore.


Così un alchimista darà corpo a quest'amore, ricercherà la materia dell'anima e i suoi processi. È dunque in tutto questo corpus: corpo, materia, processi, nel complicarsi di eventi, di cui perdiamo e ritroviamo il senso, il significato, è in essi che l'anima abbozza il proprio “venir fuori”.
 
In qualche modo arriviamo a dire che non è possibile un'osservazione diretta dell'anima – come se ad esempio comparisse sotto le mentite spoglie di un gene, il gene dell'anima –, poiché essa richiede sensibilità per i movimenti, i colori, le percezioni.

Occorre – questa l'idea della Psicologia Alchemica – un linguaggio che si sviluppi non tanto nell'ipertrofia di un “razionalismo concettuale”, con tutte le moderne parole della psicologia: l'Io, traslazione, compensazione, funzione sentimento; quanto piuttosto un linguaggio che sia “tecnologia”, “fare”, “attività artigianale”. Si “incorporano eventi che si possono toccare e vedere”, e che sono altrettanti stati dell'anima.

Sono esempi le gradazioni di calore: sterco di cavallo, della sabbia, il calore di un metallo; i recipienti alchemici: “le forme animiche nelle quali viene lavorata la nostra personalità”, ecc. ecc.

Si tratta di trasformare un linguaggio di termini-concetti sostanzializzati, col fatto che “la psiche si comporta sempre in comportamenti ed esperienze specifiche, e in immagini sinuose assai precise” (p.21). Parole-gesto, parole-immagini, parole-cose, così si arriva a riattivare la nostra capacità di “vedere” l'anima, a potere sfuggire dalle nevrosi di un linguaggio tanto nominale, quanto astratto, univoco.

Concrete, infine, sono le parole per indicare le operazioni che si compiono nella lavorazione della psiche (p. 21). Calcinare le passioni per ridurle ad essenze secche, oppure far vaporizzare gli annebbiamenti.

Prendiamo atto – è una parte di significato di questa Introduzione – che

[…] i concetti psicologici sono, come dice Jung, «irrilevanti in teoria», ma lo psicologo« deve liberarsi dell'assai diffusa illusione che il nome spieghi in pari tempo il fatto psichico a cui si riferisce (p. 19)

Altrimenti che succede? Niente terapia. All'opposto, o diversamente costituito, “Il linguaggio alchemico è una modalità di terapia; è terapeutico in sé” (Hillman)

domenica 31 gennaio 2016

IL VERO SEGRETO DEI TAROCCHI


Allora da me emergerà qualcosa che sarà già essenzialmente migliore di quanto sarebbe emerso senza questo lavoro preparatorio (J. Beuys)

Alejandro Jodorowsky, profondo conoscitore dei Tarocchi, psicomago, scrittore, cineasta, attore e restauratore, assieme a Philippe Camoin, del mazzo del Tarocco di Marsiglia, scrive così nella sua introduzione agli Arcani Maggiori: 
 
Dopo essermi sbarazzato di tutti quegli “iniziati” con le loro versioni “esoteriche”, ho deciso che il vero Maestro erano proprio i Tarocchi […] Usando una lanterna magica, ho proiettato gli Arcani su grandi fogli di cartone e li ho ricopiati fin nei minimi dettagli. Mi identificavo con ogni personaggio, gli davo una voce e davo una voce anche ai suoi particolari … (Jodorowsky, La via dei tarocchi, 2012, p. 115)




Il racconto di questa pratica continua. Jodorowsky si diverte incessantemente “a meditare e a ripassare per ore le carte una per una”, si pone “migliaia di domande”, ragiona in “trasparenza” come se tutte le figure potessero sovrapporsi e completare un quadro sempre più ampio e ricco di significati. Addirittura arriva a scoraggiarsi e a mollare tutto. Scarica il mazzo in un cassetto finché una notte, in sogno gli verrà indicata la via da seguire.

La conclusione di questa esperienza poliedrica è per tutti significativa, in modo particolare almeno per quanto riguarda un punto:

Chiunque affermasse: “Questo è il significato tradizionale dell'Arcano “, costui sarebbe un ingenuo apprendista oppure un disonesto ciarlatano” (Ivi, p. 116)

Il pensiero e la pratica di Jodorowsky ci fanno capire che le “frasi ottiche” dei tarocchi, i significati di ogni singola carta, sono di fatto irriducibili a poche righe di interpretazione, e che d'altro canto, molte righe, messe in fila con tono da erudito produrrebbero confusione, attrito, tensione – soprattutto in fase di consulto.

Per entrare nel vivo di un “esercizio tarologico” occorre vedere col senso dell'artista, richiamare alla “costellazione creativa di forze” in virtù di un'attitudine tanto speciale quanto ordinaria: la Preparazione. Essa è ampiezza, ma non dispersione; focalizzazione e non semplice riduzione.

In altre parole – scrive Joseph Beuys – dovevo prepararmi per tutta la vita, comportandomi in modo tale che neanche un momento sfugga a questa preparazione. Che io faccia giardinaggio o parli con le persone, che io mi trovi in mezzo al traffico o immerso nella lettura di un libro, che stia insegnando […] devo sempre avere la presenza di spirito, la visione, la prospettiva più ampia, per cogliere il contesto e il quadro generale delle forze. In altre parole, sono sempre in preparazione e progettazione […] allora avrò le risorse necessarie. Avrò i princìpi (J. Beuys, Che cos'è l'arte?, 2015, p. 25)


I “princìpi” nel nostro caso sono gli “arcani – archetipi” dei tarocchi, ossia “la prima figura con cui l'inconscio si presenta alla coscienza” (Jung)

Allo stesso modo Jodorowsky poteva sentire questa “preparazione perenne” quale stimolo avvertito dietro ogni operazione vissuta coi tarocchi, concreta o spirituale, meditativa o pratica che fosse. E al rovescio: in ogni atto quotidiano, “in mezzo al traffico o immerso nella lettura di un libro”, Jodorowsky sentiva emergere l'arcano, una delle sue possibili spiegazioni. È dunque così che si può dire di esercitare l'arte dei tarocchi.

Ad esempio, io che sto leggendo il romanzo di G. D'Annunzio, Il Piacere, come posso non accorgermi che questa “descrizione d'oggetti”, innocqua in apparenza, non corrisponda magnificamente alla Papessa II.

Nessun altra forma di coppa eguaglia in eleganza tal forma: i fiori entro quella prigione diafana paion quasi spiritualizzarsi e meglio dare imagine di una religiosa e amorosa offerta (G. D'annunzio, Il piacere, 2008, p.5)

Per chi avesse voglia di indagare quel breve estratto vi scoprirebbe alcuni temi essenziali del secondo arcano, esaltati con una precisione e bellezza da non poter essere avvertiti – tanto meno “trascritti” – dalle logiche di un semplice manuale di tarocchi. assieme

Occorre di nuovo il senso dell'artista, e così “sempre avere la presenza di spirito, la visione, la prospettiva più ampia, per cogliere il contesto e il quadro generale delle forze” - ossia l'intimo insegnamento di ciascun arcano, maggiore o minore che sia.




Un altro esempio che rammenta e intensifica, dando imagine appunto, è riferito all'arcano XVII Le Toille:

Segui, segui! – disse Elena, con la voce fievole, china sul parapetto, incantata dalle acque correnti (Ivi, p.9)

Con tale frase potremmo osservare la carte de Le Toille e giungere a sondarne il mistero, per scoprire l'energia archetipica che essa veicola corrispondendoci.

Alla stessa maniera molte altre “frasi ottiche' si potrebbero recuperare – e che bell'esercizio sarebbe! –, ma non invano, poiché in sede di consultazione tutta quanta questa preparazione sprigiona una “forza di luce intuitiva della parola”, davvero poderosa. Essa è il vero segreto dei tarocchi, la luce divina (Râ), che dà al consulto il suo potere.




E così, in tale luce, come volevano gli antichi egizi, si compie il piccolo miracolo della trasformazione, per la quale si ricomincia ad essere (tu lo diventi) Re, ossia dei Faraoni.

Nella pratica quotidiana ci si riappropria di quegli “abiti” che al Faraone appartengono, e al “Giusto di voce” si consacrano. Tu sarai allora Faraone, Re o Râ! Ecco lo scopo dei Tarocchi.

Dunque le caratteristiche, i poteri, a cui il Tarocco ti risveglia sono dentro di te. E così sarai di nuovo:

Giusto di voce”, Faraone che può venir incoronato e proclamato abile a compiere la propria funzione in questo mondo e nell'altro (C. Jacq, I testi delle piramidi, 1998)

Sarai con ciò “abile”, “capace”, “efficiente” in quello che fai, in quanto “quello che fai” risulta espressione “propria”, “autentica” del tuo essere profondo. Inconscio portato alla coscienza. 

giovedì 28 gennaio 2016

ARCHETIPO E TAROCCHI


Sembra anche come se l'insieme di immagini del tarocco fossero discese a distanza dagli archetipi dell'inconscio collettivo (Jung)

La psiche individuale è contenuta in immagini, in simbolismi strani. E quando accettiamo di vedere “la nostra prima figura con cui l'inconscio si presenta alla coscienza”, faremmo meglio ad assumerne i tratti con riferimento a quell'esempio nascosto, arche-tipico, che nell'uomo svolge perenne una «funzione direttiva», un esito sovrapersonale.

Di fatto gli “archetipi” (o simboli della trasformazione) incidono l'essenza individuale di ciascuno di noi, operano come di «boati interiori», strappando dalle viscere il senso della domanda posta in seno all'esistenza: Chi realmente siamo?

Dobbiamo capire che gli archetipi stanno “al mondo” assai prima dell'uomo, sono attivi e organizzati. Con essi crepa l'idea totale di persona, la maschera che recita il suo tram tram scompare. Lo chiariremo forse più in là cosa un archetipo ti fa. Vivi d'aneddoti. Scompari. Comprendi il segreto e nello stesso istante ti lascia andare.
All'inizio il Cancro.

Il caos è la partitura su cui è scritta la realtà (Miller)



POETICA DELL'IMMAGINE

Se Joyce nell'Ulisse – scritto a partire dall'anno 1914 e pubblicato nel 1921 – poteva chiedersi: «Chi mi ha scelto questa faccia?», allo stesso modo Carl Gustav Jung, in date più o meno coincidenti, tracciava lo schema di un inconscio affatto diverso da quello “visitato” da Freud1. La sua era la prova, de facto, di un'intuizione paradossalmente può vicina ad una «poetica dell'immagine», cioè un (ri)costituire il quadro della psiche individuale come “frammento” della creazione più ampia, universale, collettiva.

Così è difficile dire quali contenuti possono esser definiti collettivi e quali personali. È indubbio, per esempio, che i simbolismi arcaici, come quelli che s'incontrano spessissimo nei sogni e nelle fantasie, sono fattori collettivi. Tutte le pulsioni fondamentali e gli aspetti fondamentali del pensiero e del sentimento sono collettivi. Tutto ciò sulla cui universalità gli uomini sono d'accordo è collettivo, e parimenti tutto ciò che è capito, detto o fatto da tutti (Jung, L'Io e l'inconscio)

GLI ARCHETIPI DELL'INCONSCIO COLLETTIVO

Le domande in Jung volgono altrove: su quali basi l'individuazione (configurazione del Sé) può determinarsi, oppure: in che misura può essa stessa disgregarsi in virtù di contenuti con i quali la coscienza non sapeva nemmeno di avere a che fare?
Come accennato, lo studio approfondito delle mitologie e i simboli alchemici proiettarono l'antropologo svizzero verso una differente visione dell'inconscio. La sua teoria evidenzia forze «pulsive», funzioni psichiche che «saldamente fondate», «trascendono l'elemento personale» indirizzandone lo sviluppo, poiché all'uomo si presentano – e con lui interagiscono – in quanto forme già date, dunque

  1. ereditarie
  2. a decorso automatico
  3. dappertutto presenti

Queste funzioni sono chiaramente i cosiddetti Archetipi: «grandezze vitali che esercitano un'attrazione sulla coscienza», operano sulla Persona...2

ma come dice il nome, essa è solo una maschera della psiche collettiva, una maschera che simula l'individualità, che fa credere agli altri che chi la porta sia individuale (ed egli stesso lo crede), mentre non si tratta che di una parte rappresentata a teatro, nella quale parla la psiche collettiva (Jung, L'Io e l'inconscio)

TU CHIAMALE SE VUOI... EMOZIONI

Del resto, non è in virtù della «semplice figurazione simbolica», o di segni che tracciano figure percepibili come arcaiche, che l'archetipo si mostra, rivelando la sua influenza. Ciò accade semmai in forza delle mille ed una sensazione che inconsciamente avvertiamo nel guardarne o presentirne “l'espressione simbolica”. Infatti, ci spiega Corrado Malanga:

Gli archetipi costruiscono il simbolo attraverso l'emozione che sono in grado di produrre nel mondo virtuale (lobo sinistro del cervello, ossia Tempo Spazio Energia).

In questo senso IL SIMBOLO, che lo sguardo rapisce, possiede di fatto un substrato emotivo che viene percepito direttamente dall'inconscio, e con esso entriamo in comunicazione per risonanza.

È infatti questa stessa “emozione/sensazione che ritroviamo nel linguaggio simbolico dei 22 Arcani. Essa ci parla, boato interiore manifesta «Un fracasso d'un suon pien di spavento» (Inf. VIIII, 65).

MEDITARE: L'ARTE DEI TAROCCHI

Le Carte hanno dunque la medesima funzione simbolica, sono la stessa espressione di una (re)visione perenne della psiche individuale3, la cui caratteristica naturale consisterebbe nello stare sempre aperta, suggestiva, mai estinta.
In quest'ottica, lo ripetiamo, il processo simbolico (di comprensione-trasmutazione) sarà la domanda che vortica dal profondo, il buio di quella Terra, che deve portare tutti alla rinascita del corpo: Una Luce che apra il Fiore.

Meditare coi Tarocchi voleva pur dire – se vi ricordate! – creare spazio per un'altra visione del Sé, baluginante. Riflesso di luce, reflex in ogni direzione. «Chi sono io?». «Albedo!» Così la chiamavano gli alchimisti.

Tale irraggiamento dà luogo ad una specie di «mezzo» rifrangente, che riflette la luce diffusa intorno, per concentrarla sul nucleo spirituale del soggetto. Questo è il meccanismo dell'illumininazione, di cui beneficiano coloro i quali hanno visto brillare la Stella Fiammeggiante (Wirth, Il simbolismo ermetico)

I TAROCCHI: L'UTILIZZO

I Tarocchi, come gli archetipi dai quali “a distanza sono discesi”, hanno valore d'esperienza in quanto capaci di evocare situazioni su base inconscia e percettiva. La loro azione è per questo inequivocabile, da che i suoi contenuti sono l'universale patrimonio, non già mentale, ma fisico sensoriale dell'umanità. Il Tarocco stimola, suscita energie: opera simbolicamente attraverso l'emozione del consultante.

Vedete, l’uomo sempre ha sentito la necessità di trovare un accesso attraverso l’inconscio al significato di una condizione presente, perché c’è una sorta di corrispondenza o somiglianza fra la condizione prevalente e la condizione dell’inconscio collettivo (Jung)

Come altrimenti potremmo spiegare la continua lettura e rilettura di questo strumento divinatorio che ha attraversato la storia come Libro non già scritto “in versi”, bensì muto, senza grammatica e senza alcuna dialettica?

Solo l'immagine archetipica, comunicabile in virtù del sensitivo rapportarsi al mondo, sembra dar ragione al loro continuo potere evocativo, cioè: quel sentire che dà corpo all'esperienza personale, a quell'esperienza propriamente simbolica che di fatto – almeno stando alle tesi di Jung – ci attrae, ci direziona, oserei dire ci: im-persona.

«Chi ci ha dunque scelto questa faccia?»


1Com'è noto, secondo la concezione di Freud i contenuti dell'inconscio si limitano a tendenze infantili, che a causa del loro carattere incompatibile vengono rimosse. […] Secondo questa teoria, l'inconscio conterrebbe, per così dire, solo quelle parti della personalità che potrebbero benissimo essere coscienti e sono represse solo dall'educazione (Jung, L'Io e l'inconscio)
2Così come operano certamente anche i contenuti dell'Inconscio personale (quello freudiano per intenderci). Contenuti che sono del resto «originati nel nostro passato personale», all'atto della nascita, prima, durante l'infanzia, nel corso del l'adolescenza. Sono dunque i conflitti derivanti dall'educazione affettiva, sentimentale.
3«La mia vita è la storia di un'autorealizzazione dell'inconscio» (Jung, Ricordi, sogni, riflessioni)