sabato 10 dicembre 2016

LA VOCAZIONE DEI TAROCCHI, L'UOMO E DIO “AL PLURALE”


 
È straordinario che nel dialogo Eutifrone, il primo dialogo che compare nell'edizione critica delle opere di Platone, il tema della santità compaia subito, all'istante.

Caro Socrate, costoro non sanno niente di cose di religione, e non distinguono affatto che cosa è il santo e cosa il non santo. (Platone, 4e)

Sono propenso a credere che uno dei grandi temi della riflessione antica, come la santità, non compaia in limine ad una porta così gloriosa, com'è appunto la Filosofia di Platone, senza una ragione d'ordine iniziatico. Come a dire: “Bene, ci sono delle priorità. Cos'è fondamentale per la nostra Scuola (la scuola platonica)? Cosa ci tocca insegnare per prima cosa? Sappiamo che il Dio supremo, il Bene [1], si manifesta in coloro che sono santi … ecco! Occorre dunque distinguere «che cosa è il santo e che cosa il non santo. All'inizio la “santità”! Dovremmo insegnarla per prima cosa, poiché tutto il nostro sapere passa per essa”.

Oltre ciò sembra che in quelle antiche tradizioni l'esistente non potesse continuare a vivere senza un tale riconoscimento. La via sacrosanta della vita è dunque più stimolante del fatto stesso di vivere in un modo qualunque. Tale fu l'impronta decisiva tanto per la parte colta della Grecia classica, quanto per i kabbalisti, Figli d'Israele.

Una domanda: Quei saggi come vollero riconoscere la santità e dunque riconoscersi nell'Arcano che pre-esiste (forse per - siste) ad ogni singola vita? Lo scopriremo strada facendo.

L'Uomo Santo è allora un arcano, certo! È un mistero a cui tutte le Carte alludono. E nei Tarocchi si può addirittura trovare il suo percorso, il modello della sua crescita spirituale, quantomeno un segno, un indizio, un crocevia.

Nei Tarocchi si mostra come la singola esistenza abbia modo di riconnette-si per vivere quali esseri magnificati, innalzati sopra il fluire dei fenomeni, delle contingenze, degli “scazzi”.

Ma per prima cosa occorre esser capaci di separare la santità contenuta nel simbolismo dei segni (gli Arcani), dalle scorie che la superstizione e la tendenza idolatrica dei popoli vi hanno inserito.


***

E la luce fu. Dio vide che la luce era buona e separò la luce dalle tenebre (Gn, 1, 3-4)

Separare, produrre o fare, realizzare la differenza tra “questo” e “quello”, tra ciò che sta in “alto” e ciò che sta in “basso”, tra il “Bene” e il “Male”, ecc. Questo è il punto cruciale, almeno all'inizio.

Se oggi molta parte della nostra comunicazione produce rumore, e la confusione dei messaggi, dei segni e dei simboli soprattutto (pensate alle pubblicità e al mondo subliminale a cui ci riconnettono), sembra evocare una Babele post-moderna, per la Filosofia questa situazione, già allora, venne vista come una forma più o meno patologica di delirio, in termini “tecnici” come Caos.

Arginare il Caos e ricondurlo ad una dialettica armonica che preservi e addirittura incentivi la creatività, è uno dei compiti degli uomini ritenuti santi: siano essi filosofi Greci, kabbalisti ebraici, italiani, oppure chassidim dell'Europa medio-orientale, nuovi tarologi, non importa.

Quello che davvero conta è il compito: esso deve essere chiaro, tanto che la mente quanto il corpo risultino sufficientemente abili per svolgerlo al meglio.

La vocazione dei Tarocchi riguarda ancor di più l'intima essenza di tale compito, ossia: la sovrana libertà e l'efficacia della grazia divina nella forma di una consacrazione – come vedremo – delle proprie energie interne di cui i vari Arcani sono simboli (o segni) poderosi.

Dunque, «separare la santità dei segni», come più volte abbiamo ripetuto, significa saper riconoscere cosa muove dietro la nostra “scorza” esteriore, per ritrovare libertà personale e grazia nel mondo.

È un discorso profondamente umano quello tarologico, cosciente invero che la «presenza divina o del Creatore», la sua «immanenza» (Shekinah), sia il compimento totale di tutte le libertà personali e di tutte le vite in grado di esprimersi nella grazia – ossia: senza sforzo, senza danno o violenza per nessuno.

In epoca di guerre e di avversioni, di soprusi e offese, la presenza divina scompare dall'orizzonte del mondo, ma non come persona, poiché come persona non esiste.

Mai è esistito un Dio antropomorfico che non fosse il volto dell'uomo, segnato dalla diversità delle singole individualità. Esse sono capaci di esprimere tutta la bellezza, tutta l'armonia di cui terra e cielo hanno bisogno.

Si capisce allora per quale motivo Dio si presenti per primo nella Bibbia con un nome “al plurale” (~yhla, Elohim), e si capisce perché tutta la pluralità e comunione di volti umani diventi “In principio” il senso autentico della Creazione.

Creazione, nella sua interpretazione “santa”, in accordo con il compito ritenuto essenziale dai grandi uomini e donne del passato, ha un primo significato nel Riconoscimento.

Mettiamola in questi termini (che non sfuggirebbe ad una esegesi attenta del testo nella sua versione originale): Io posso riconoscere Dio nel mondo, solamente se riconosco l'altro essere umano come molteplice aspirazione di qualcosa che ci accomuna pure nella diversità delle nostre vite. Poiché una vita realizzata, ossia divina, in accordo al Dio quale Bene supremo (Platone), inizia sempre con l'esprimere la sovrana libertà e l'efficacia della grazia di ciascun essere.

Questo è un primo tentativo di traduzione della Torah, come essa fu scritta nella santità dei suoi arcani (ovvero le lettere ebraiche). È solo l'inizio, eppure molto ci sarebbe ancora da dire. Le prime tre parole traslitterate sono «bə-rê-šîṯ bā-rā ’ĕ-lō-hîm». Noi le traduciamo con «In principio Dio creò» (Gn, 1,1) Non è male, ma ora ne sappiamo di più.




Michel
10122016

***
[1] «Infatti, Platone disse che l'essenza della divinità procedette da tre ipostasi, e che il Dio supremo è il Bene, dopo di lui e secondo è il demiurgo, terza l'anima del mondo: perché la divinità procede fino all'anima» (Porfirio, Storia della filosofia, Rusconi, 1997, pp. 105 – 107.)



martedì 6 dicembre 2016

Il MAESTRO DI TAROCCHI SENZA TAROCCHI


Il Bagatto (I) ed infine il Matto che corre... Un percorso iniziatico volto al Bene universale. Un viaggio che passa da un Maestro senza nome, un Mercato, una Morte iniziatica, ed una Liberazione.
"Lamed" in ebraico antico è il verbo che significa "insegnare". Le ultime tre parole del Cantico dei Cantici dicono: “Forte come la Morte è l'Amore”. Buona meditazione.


Oggi a Marte dovremmo offrire una Via sui sentieri di Venere. Iniziamo dunque col fare la «Prova del Bene».

Così disse un Sufi al suo giovane e ardente allievo. Aamir si presentò un giorno dal Maestro delle stirpe di A., un uomo docile e all'apparenza modesto.

Il giovane allievo (il Bagatto) si rivolse a lui dopo una notte insonne, con la richiesta di essere accettato nella casa del Signore.

Il Maestro prese una cesta ricolma di frutta e incaricò il giovane di portarla al mercato. In mezzo a tutta quella gente Aamir incontrò non soltanto gli uomini e le donne del popolo, non soltanto gli occhi dei lavoratori incrociarono i suoi.




Un secondo dopo vennero avanti i suoi amici letterati, e più in là quelli con cui aveva pregato al santuario, e buona parte della stirpe dei Re si mostrava quel giorno in vesti di sfarzo. Erano dei gran signori, Aamir lo riconosceva. Le loro anime, oltre che i loro abiti, coloravano il mercato di una luce meravigliosa. Al tempo essere dei letterati, accedere al tempio, voleva dire appartenere alla nobiltà di quella città.

Incontrando quella luce di perle e di sfarzi, il giovane si sentì la morte nel cuore, una due e tre volte ancora. L'imbarazzo e la vergogna lo colpirono così forte che lasciò cadere tutta la frutta che portava in grembo. La raccolse ogni volta, finché si diresse piangendo verso la casa del Maestro. Asciugatosi le lacrime aprì la porta e in assenza di quell'uomo Santo diede un'occhiata alla stanza silenziosa, completamente spoglia.

Sul tavolo un libro di preghiere. Il giovane osò aprire la pagina sopra la quale il Maestro meditava da ormai molte notti. E fu così che vi lesse, potendo comprenderlo, il messaggio che fu sacro ai quaranta membri dell'infinita catena d'oro, al cui centro sta il Nome dell'Impronunciabile.

Aamir pregò. Senza nulla sapere incise nel suo cuore stanco le seguenti parole: “Oggi a Marte dovremmo offrire una Via sui sentieri di Venere. Iniziamo dunque col fare la Prova del Bene. E metterai dai parte ogni orgoglio.

Dimenticatosi del tempo e delle offese, Aamir benedisse la stanza è se ne andò per il mondo.

E metterai da parte ogni orgoglio e avrai levato le tue vesti. Sii nel tuo cielo una luce. Nella notte un'assenza che veglia. Sii meraviglia”.



michel pelucchi
06122016

domenica 13 novembre 2016

PER CHI FA LE CARTE (doveri dei cartomanti)


Nel rapporto con le carte ci dovrebbe essere una cura preliminare, ossia: la necessità di offrire dei discorsi introduttivi che chiariscano l'uso di questo specifico testo che sono i Tarocchi.

Altrimenti è come se al consultante offrissimo un messaggio da interpretare (un messaggio che riguarda molto spesso la sua condizione psicologica) senza che egli lo sappia leggere in totale e piena autonomia.


Una deontologia del tarologo, ancora non scritta, dovrebbe porre come massima la seguente considerazione: il tarologo ha il compito di offrire strumenti ermeneutici, di studio e di analisi, affinché l'interprete sia il consultante, il quale si troverà molto presto nella condizione di apprendere una lingua del tutto nuova e in grado di tradurre le diverse dinamiche inconsce che fanno agire la persona come una sorta di burattino.

Gli “irrisolti” a tutti i livelli dell'essere della persona (biografia natale, livello peri-natale e traspersonale), costituisco dei veri e propri enigmi per l'anima. Essi creano molto spesso sofferenze psichiche: ansie, depressione, senso di impotenza, irretimenti familiari, senso di inadeguatezza, ecc.

Da un punto di vista tecnico, la pluri-dimensione di significato di un testo dovrà costituire per il tarologo “un'educazione alla complessitàda rivolgere in prima istanza agli Arcani che compongono il mazzo (fase di studio e ricerca), ed infine all'anima del consultante, ossia il vissuto interiore della persona.

In altri termini i Tarocchi restituiscono una chiara visione di come ciascuno di noi singolarmente e in maniera differente “vive”, “sente”, e poi magari reagisce ad un determinato evento.

Le carte dei Tarocchi sono dunque un testo molto articolato, ricco di tradizione e saperi, un testo sul quale emerge tutta la storia dell'anima del consultante.

Il sottile dono del tarologo consiste nel prendersi cura di quella che M. Buber chiama: «La polifonia originaria dell'interiorità umana».  In termini psicoanalitici:

Il materiale offerto dal paziente (in ambito tarologico il “paziente” viene definito “consultante”, n.d.r.) durante una seduta è molto vario, e corrisponde sia a diverse stratificazioni psichiche che a diversi stadi storici dello sviluppo. (Reich)


Ma ciò che più conta è certamente il «Prendersi cura di una “cosa” o di una “persona” nella sua essenza: amarla, desiderarla (mögen)» (Heidegger)




michel pelucchi 
12 11 2016

lunedì 26 settembre 2016

COSA “NASCONDE” UN VERO CONSULTO DI TAROCCHI? (Tarocchi e Qabbalah)


Molti sono gli elementi qabbalistici che possiamo riscoprire in riferimento ai Tarocchi1, e la difficoltà di intraprendere uno studio che contempli le «molteplici possibilità di significato» di ogni singolo Arcano, sia esso maggiore o minore2, deriva anche da una tradizione di pensiero – quella ebraica – già di per se stessa complessa.

La Qabbalah è infatti una raffinata metafisica, le cui linee, per altro generalissime, possono riguardare la possibilità di un avvicinamento al Creatore. Possiamo inziare col dire che il Creatore è la stessa Coscienza di cui l'uomo ogni giorno vive; è la nostra esperienza evolutiva, dunque non statica.

Non esiste un attimo, un solo istante dell'esistenza riferito all'uomo che vive in accordo col Creatore, che sia uguale al precedente. «Non è questione di conoscibilità – scrive M. Buber – ma di dedizione a ciò che non si conosce». Ogni attimo dunque, ogni percezione è una possibilità di apprendere dal Nuovo, dal sempre Nuovo e originale. Questa dimensione della vita riguarda il Creatore. Nella sua interezza non la si conosce ancora. 


 

Tuttavia pensate cosa puo' significare vivere tutte le nostre faccende domestiche, percepirle come se esse fossero pervase da un aurea di novità perenne. Quanta attenzione, quanta cura riverseremmo nel mondo.

È in questo fondamentale atteggiamento che “incontriamo” l'opera del Creatore. Più precisamente quest'opera consiste ne

La santificazione del mondano [che] è l'impulso fondamentale dello Tzaddìk (il «Giusto», n.d.r.). Il suo pasto è un sacrificio, il suo tavolo un altare. Tutti i suoi passi conducono alla salvezza.

Di uno Tzaddìk si narra come, nella sua giovinezza, egli si recasse giorno dopo giorno nei piccoli villaggi e commerciasse con i contadini; e che ogni volta, quando tornava a casa e diceva la preghiera del pomeriggio, sentisse tutte le membra pervase da un fuoco sacro. Egli chiese al suo fratello più anziano, che era anche il suo maestro, di che cosa si trattasse, poiché temeva che potesse provenire dal Male e che il suo servizio fosse falso.

Il fratello rispose: «Quando tu percorri un campo e i tuoi sensi sono in uno stato di santità, attrai tutte le scintille delle anime che sono nelle pietre, nelle piante e negli animali, ed esse si purificano in te in fuoco sacro.3

Cosa ci rammenta questa storia chassidica, se non che la «creazione» (di cui la creazione artistica è diretta conseguenza) sia pura potenza di (tras)Formazione e Purificazione?

La mia ipotesi di lavoro è la seguente: Se la «creazione» venisse riflessa e il Creatore sentito interiormente – e non è detto che la preghiera dello Tzaddìk non ci stia insegnando proprio questa intro-flessione –, non ne verremmo forse coinvolti a partire da quell'Io che sta al centro dell'entità umana?

L'Io che, secondo la tradizione metafisica platonica (Intelletto, per Platone), guida l'anima nel mare astrale delle emozioni. Ebbene, senza di esso seremmo nel turbine, nel caos, e l'opera non sarebbe più creazione, ma il triste scenario dell'odierna realtà geo-politica: stragi, attentati o pseudo-attentati, manipolazione della coscienza, sfruttamento, capitalismo sfrenato.


LA METAFISICA COME “INIZIO” E “GUIDA”
Si intuiscono subito le difficoltà, come abbiamo detto in apertura, connesse all'intraprendere questo tipo di studio. In effetti l'«Io», l'«Essere», l'«è» o la «Coscienza», sono parole che sfuggono ad una interpretazione comune, e quando a vari livelli se ne discute sembra non si arrivi mai ad una chiara definizione. «Ma se hai un inizio come guida – dice un adagio famoso – il sentiero splende più luminoso della luce del sole».

Il nostro inizio è una meta-fisica che dobbiamo anzitutto avvicinare per (ri)sentire come vere le semplici parole: Io, Coscienza, Dio ecc., tanto diffuse ma per nulla conosciute.

La parola semplice (Io, ad esempio, n.d.r.), la parola del tempo antico («Essere», n.d.r) servirà proprio perché contiene (secondo Heidegger) l'energia della percezione umana iniziale.4

In altri termini, sia che si tratti di Tarocchi di Qabbalah o di Filosofia, di Heidegger di Buber o di Jodorowsky, in queste poche pagine ci stiamo occupando né più né meno degli archetipi fondamentali del nostro vivere. Sono essi eterni e tuttavia puntuali nel qui e ora del nostro vissuto.

La metafisica riporta a loro, e soprattutto a colui che costituisce l'ἀρχέτυπον per eccellenza: qabbalisticamente parlando il Creatore. I Tarocchi ne custodiscono il messaggio profondo, che una volta appreso, servira' a risvegliare (in coloro che si affidano con purezza e ragione) l'energia della percezione umana iniziale, il suo grande potere di (tras)Formazione.


METAFISICA E ARCHETIPO
Una meta-fisica che ha valore archetipico prende dunque in considerazione gli “impulsi”, i “moventi”, le dinamiche fondamentali che fungono da “primo modello” (archè) al nostro agire psichico (pensieri) e materiale (atti).

Cosa siamo in origine? Di questo si occupa la meta-fisica. La domanda richiama ai motivi fondamentali che danno struttura, senso, direzione alle nostre esperienze di vita concreta.

Se infatti oggi creiamo cambiamento, specifiche modifiche nella nostra realtà, non è forse perché in noi un archetipico del Creatore ispira e ci dispone allo stato d'animo necessario alla creazione?

Perché l'uomo sa essere creativo? Bella domanda.
Non possiamo pensare che tale creatività, tipicamente umana, non abbia forse una relazione diretta con l'uomo evoluto, «portatore dell'Io» (R.Steiner)? E che, in quanto «portatore dell'Io», l'uomo si interroghi – quale unicum sulla terra – sulla proprie «possibilità d'essere» (Heidegger)? D'esistere?

Sono damonde aurorali, e proprio per questo si rivolgono agli archetipi. Essi, se interrogati, mostrano dunque l'essenza sostanziale delle cose sensibili, o per meglio dire, «la caratteristica fondamentale e più intima» (Grundzung, cosi intende la parola M. Heidegger).

Con riferimento alla stessa Philosophia greca, gli archetipi potrebbero essere interpretati come «la fondazione e la spinta modellatrice della storia» individuale e «occidentale».5

Essi possono essere anche semplici metafore – in fondo che cos'è l'archetipo del Creatore? –, ma come spiega A. Seppilli nel suo fondamentale libro Poesia e Magia:

Tali metafore ci dànno uno strano senso di esaltazione, un godimento «estetico», come di una apertura di orizzonti, dove tutti gli esseri si precitano ad incontrarsi, potenziandosi all'infinito: la maestà dei grandi fenomeni di natura e l'intimità della tragedia umana si compenetrano e si intensificano a vicenda.6

«Potenziamento all'infinito», qabbalisticamente parlando “il Piacere del Creatore”; «esaltazione”, ossia un alto livello di consapevolezza che avvicina l'uomo al senso del divino; la «maestà dei grandi fenomeni» sentiti interiormente, nell'«intimità della tragedia umana», sono tutte esperienze reali che una metafisica qabbalistica dei Tarocchi permette ai suoi scopritori.


COME INTERPRETARE L'ARCHETIPO DEL “CREATORE”
Sebbene tutto ciò riguardi l'archetipo del Creatore (vedi l'Arcano XVIIII, Le Soleil) questo non fa dell'uomo una semplice creatura, poiché la figura stessa del Creatore non è qui intesa, cioè alla luce della Qabbalah, come se fosse una sorta di grande eterno genitore partoriente il proprio figliolo, indifeso rispetto alle forze del male.

Mosé Maimonide, nel capitolo 1 della sua monumentale opera, sconfessa subito questo fraintendimento (Creatore-genitore-creatura) che ancora oggi infesta ogni sana concezione della divinità.

Sicché occorre aggiornare i nostri argomenti su Dio a partire quantomeno da un libro, La guida dei perplessi, scritto tra il 1180 e il 1190. È un aggiornamento a ritroso, e dunque paradossale, ma che oggi, in epoca di menzogna universale, sarebbe molto salutare … qualora volessimo conoscere e non soltanto credere.

Dunque nel libro La guida dei perplessi apprendiamo che

La gente pensa che “immagine” [selem] nella lingua ebraica, designi la figura della cosa e la sua configurazione, e questo si avvicina all'antropomorfismo puro, perché la Bibbia dice: “Facciamo l'uomo a Nostra immagine e somiglianza”.

Essi pensano che Dio […] sia in forma umana: ne consegue l'antropomorfismo puro (un corpo dotato di una faccia e di una mano), che considerano una credenza religiosa pensando che, se l'abbandonassero, smentirebbero il testo biblico …7

Non è così!

Il significato di tutto questo – scrive ancora Maimonide – si apprende da quest'opera (La guida dei perplessi, n.d.r.)8

Quest'opera che, né più né meno, è l'opera dei Tarocchi, consisterebbe nel restituire il pieno significato della divinità accolta e semmai partorita dentro ciascun essere, e propriamente nell'uomo, «la cui forma (immagine di Dio, n.d.r.) è ciò da cui deriva la comprensione umana».

Siamo divini in un primo senso, quando l'immagine [selem] riferita ad un Dio restituisce una comprensione umana autentica.

Questo è il Dio rivelato dai Tarocchi: comprensione umana autentica – autenticamente umana, cioè portatrice di valori umani come l'intelligenza intuitiva, il pensiero teorico, l'umiltà, la capacità di giudizio, la sincerità; ma anche l'infinito potenziamento, l'esaltazione non prevaricante bensì interiore, umana, amorevole.

Sicché l'intima essenza (Dio), la più profonda conoscenza (Dio) che ciascuno può realizzare di se stesso, crea – stando alla Qabbalah e ai Tarocchi – in quella stessa anima un'immagine divina, che è quanto di più naturale l'uomo possa sentire di se stesso.

Ecco Dio alla luce di una Tradizione seria, letta e interpretata con la giusta onestà intellettuale.

Per la Qabbalah si diventa si Creatori nell'imparare a stare intimamente bene con se stessi, e come vedremo fra un attimo, tale «intimità» riguarda la naturalezza nuovamente acquisita dall'uomo nei termini di ciò che i qabbalisti chiamano Piacere.

Occorre sottolineare che questa condizione l'uomo ha in sé (avvicinamento al Creatore), in origine, e costituisce prima di una sua brutale perversione, quella che Maimonide riferisce essere la «forma naturale», Selem, immagine autentica di sé. L'archetipo del Creatore.

Quanto a immagine questo nome viene dato alla «forma naturale», ossia alla sostanza della cosa, grazie alla quale la cosa diventa cio che è; essa costituisce la realtà della cosa in quanto è quell'ente determinato.

[…] è a motivo di tale comprensione intellettuale che si dice dell'uomo: “a immagine di Dio Egli lo creò”.9

Comprendiamo inoltre che quel Dio archetipico che incontrò Mosé sul monte si chiamava stranamente: “Io Sono – colui che Sono”; sicché per diretta filiazione: ciascun uomo è tale, pienamente realizzato, quando naturalmente – secondo un processo naturale – diventa ciò che è. Assume dunque quella Forma ritenuta naturale. A pieno diritto, bello o brutto che sia, quell'uomo è in pari tempo Dio.


PER UNA SANA CONSULTAZIONE TAROLOGICA
In altri termini, più filosofici... potremmo dire che se l'uomo realizzasse di sentire se stesso – ciascuno il proprio Sé – in quanto assoluto, simile al Creatore, allora, in pari tempo, egli sarebbe totalmente «libero per il proprio poter essere» (Heidegger). Così sostiene la filosofia. È lo stesso contenuto di pensiero dei qabbalisti quando riferiscono ciò all' “immagine di Dio”, un'immagine che non riflette però caratteri antropomorfici.

Alla filosofia va inoltre aggiunta l'indicazione di un mistico. E quest'ultima è un punto di riferimento utile ad una sana consultazione tarologica. In un certo senso a valore pratico: i Tarocchi ci permettono, grazie al loro complesso sistema simbolico di

[…] vedere le cose come sono senza autocommiserazione, senza il desiderio di cambiare, niente altro che osservare – significa avere spazio.10

È però uno spazio interiore, un vuoto11, che il Tarocco, come la Qabbalah richiedono e favoriscono, grazie ad una pratica poderosa ma impotente senza gli elementi di conoscenza fin qui richiamati.

Come riescono i Tarocchi a «renderci liberi», ciascuno libero «per il proprio poter essere»? E dunque come fanno a farci (ri)assumere quella «forma naturale», il Selem? Il Creatore che è in noi? fuori e dentro di noi?

Con il fatto puro e semplice di praticarli. Praticate i Tarocchi avendo come Fine questi elementi di conoscenza che costituisco lo scopo dell'azione tarologica. Uno scopo “per”, “in vista' della libertà dell'Altro. Solo con questo Fine avrete in premio la vostra stessa libertà.

Semplicemente la “riceverete”. In effetti Qabbalah è un termine ebraico che vuole dire una cosa altrettanto semplice, ossia: ricevuta. Ritroviamo lo stesso concetto altrove, nello yoga: “Tutto quello che do agli altri lo do in pari tempo a me stesso. Tutto quello che tolgo agli altri lo tolgo a me stesso”

Il Creatore sarà in noi pienamente avvertito quando riusciremo, presto o tardi che sia, a far evolvere in ciascuno il proprio desiderio (cioè l'energia essenziale), fino al punto di auto-percepirsi come “colui che infine sa donarsi”, senza condizioni. È questo che sostiene la Qabbalah. Il più intimo e sentito Piacere implica un'evoluzione del proprio desiderare/domandare.

Chiedi e ti sarà dato.

Puoi iniziare col farlo Tu, per primo praticando e amando i 22 Arcani Maggiori, così come le 22 lettere del'alfabeto ebraico.



Shalom :)


Michel pelucchi
25092016

1«La parola “tarocco” costituisce un altro enigma. Quali fantasie non ha suscitato! Torah, legge ebraica; Rota, la Ruota dell'eterno Divenire. Court de Gebelin ha derivato la parola “tarocco” da due termini che suppone essere egiziani: “tar = via, strada e “ro”, “ros” o “roc” = re. Il Tarocco sarebbe perciò il cammino regale della vita» (G. Van Rijnberk, I Tarocchi. Storia, iconografia, esoterismo, L'Airone, 2009, p. 56)
2«I Tarocchi sono semplici carte. Complessivamente si presentano in numero di 78 lame o arcani. 56 di questi vengono definiti «arcani minori» che, in modo organico, compongono la struttura di tutti gli odierni mazzi. 22 sono però le lame emblematiche, i «tarocchi» veri e propri, definiti Trionfi o Arcani maggiori. Li si nomina anche «Atouts» o «Grandi Atouts». (M. Pelucchi, Semplicità dei Tarocchi, rivista Oltre-Confine, Spazio Interiore, Roma 2014) Vedi link http://www.oltre-confine.com/sommario-13.php
3M. Buber, Il messaggio del chassidismo, Giuntina, 2012, pp. 118-119.
4G. Steiner, Heidegger, Garzanti, 2011, p. 14.
5Ivi, p. 30.
6A. Seppilli, Poesia e Magia, Einaudi, 1971, p. 271.
7 M. Maimonide, La guida dei perplessi, Utet, 2013, p. 90.
8Ibid.
9Ibid.
10J. Krishnamurti, Sulla libertà, Astrolabio, 1996, p. 84.
11«Ciò di cui abbiamo bisogno nel mondo d'oggi è un individuo nato da questo vuoto» (Ibid.)